Intervista a Manuel Stabile. L’attore salernitano racconta la sua lotta contro il Covid-19.

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-di Claudia Izzo-

34 anni, una innata passione per il teatro, un carattere empatico e solare, tantissimo entusiasmo nel mettersi sempre alla prova.

Manuel Stabile è un attore salernitano, originario di Montecorvino Rovella, che raccogliendo l’invito di Gaetano Stella, si è trovato a fare l’unica cosa che ha capito di amare davvero: recitare. Fino allo scorso febbraio Manuel era al Teatro Sistina di Roma con la compagnia salernitana TeatroNovanta, specializzata nella produzione di spettacoli per le scuole, con cui portava in scena La storia di tutte le storie, considerato il capolavoro teatrale di Gianni Rodari. Manuel si avvicina nel corso della sua formazione a Il mimo corporale drammatico di Etienne Decroux e con il maestro Michele Monetta scopre il mimo come arte plastica, come nuova grammatica corporea. E poi, da qualche mese, la triste esperienza con il Covid-19.

Manuel, quando hai capito di aver contratto il virus?

Questa brutta esperienza risale a novembre scorso. All’improvviso mi è salita una febbre altissima, polmonite, Covid. Avvertivo una spossatezza indicibile, avevo grandi difficoltà respiratorie, non sentivo più gli odori ed i sapori. Non avevo nessuna malattia pregressa, mi mantengo in allenamento, appena due settimane prima mi ero dilettato in una partita a tennis dopo tempo e non avevo accusato stanchezza. Questo Covid mi ha tolto il fiato. Sottolineo che sono stato attentissimo a mantenere sempre il distanziamento, all’utilizzo delle mascherine, all’igiene delle mani, con un padre medico ed una madre che lavora all’ASL, figuriamoci! Eppure, tutta questa attenzione non è bastata!

Cosa succede in una casa con un membro della famiglia positivo?

Bisogna subito isolare il caso per evitare ovviamente che il contagio si estenda, così, ho preferito che i  miei genitori si trasferissero altrove.

Come hai vissuto questo periodo?

Male, con giramenti di testa fortissimi, dopo 20 giorni, se facevo dieci metri mi sentivo male, un dolore nel petto persistente. Mi mancava il mio mondo di sempre. Poi ho ripensato all’estate scorsa quando ho avuto una proposta come capo animatore ed ho avuto difficoltà a gestire lo staff, a far capire al pubblico l’importanza del distanziamento.

Da novembre, mese in cui hai contratto il virus, sono trascorsi quattro mesi, come stai adesso?

Mi sono negativizzato, sto meglio ma non riesco fisicamente a recuperare bene. Devo tenere sotto controllo gli anticorpi per sicurezza, se dovessi riprenderlo potrei anche non essere così fortunato. Le precauzioni che devono essere prese non vengono rispettate, questa è la verità. E’ vero che se non ti capita non ci credi, è questo quello che vorrei dire alle tante persone che si comportano in modo superficiale, ma diventa una questione di responsabilità innanzi all’evidenza. E siamo proprio noi artisti che dovremmo informarci e diffondere questi messaggi, piuttosto che pensare solo a noi ed alle nostre opere, nonostante il Governo sia lontano da tutti noi e dai bisogni reali del nostro settore.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto lavorando alla Divina Commedia; ci stiamo preparando per il Dantedì, in vista delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri presso l’Istituto Alfano I di Salerno.

Nei progetti c’è uno spettacolo dal titolo Fino alla fine, tratto dal libro di Dario Fo, Razza di zingaro che parla del boxeur Johann Rukeli Trollmann, appartenente all’etnia dei sinti, una delle principali etnie nomadi europee,  che vennero perseguitate dai nazisti. Fu il “boxeur zingaro” come veniva schernito, a cui fu sottratto il titolo di campione dei pesi mediomassimi per il solo fatto di appartenere a questa etnia, mentre il premio fu conferito ad un pugile di razza ariana.  Trollmann, fu il boxeur che si presentò ad un incontro ricoperto di farina e con i capelli tinti di biondo per schernire coloro che organizzavano questi incontri contro gli ariani. Fu il boxeur internato ad Auschwitz, costretto a boxare per compiacere i sadici gerarchi nazisti, morto in prigionia colpito di un badile.

L’altro progetto riguarda un’opera teatrale  che ho intenzione di realizzare dopo aver conosciuto, grazie ad una videochiamata, il dr Pietro Bartolo, europarlamentare, responsabile dal 1992 al 2019 delle prime visite ai migranti che sbarcano a Lampedusa, di coloro che soggiornano nel centro d’accoglienza. E’ colui che ha fatto dell’accoglienza agli immigrati ed ai richiedenti asilo la sua bandiera insieme alla necessità della creazione di corridoi umanitari contro la tratta di esseri umani. Nonostante la recente ischemia fu tra i primi a soccorrere i superstiti del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Un peschereccio di 500 migranti, di cui 368 persero la vita.

 

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