Il lungo viaggio di Laye, storia di un’ingiustizia annunciata

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– di Giuseppe Fernicola-

Ha fatto un viaggio lungo Laye, ha attraversato il Mali e la Libia, si è imbarcato su un barcone traballante, di quelli che spesso naufragano lasciandosi dietro una lunga scia di cadaveri, è approdato sulle coste italiane e poi in treno fino a Nimes in Francia, in un’altra avventura lunga oltre 1.800 chilometri.

A soli 16 anni e da solo perché non aveva genitori ma una madre adottiva che gli aveva finanziato il viaggio affinché avesse una speranza di vita.

Giunto sul territorio francese è stato accolto da un’associazione di volontari che lo ha assistito e trasferito a Besançon dove, giorno dopo giorno, il ragazzo non ha solo imparato a parlare francese correttamente, ma si è anche trovato un lavoro da garzone in una panetteria.

Si alza alle tre del mattino e va puntuale al lavoro che gli piace – “ho scelto di fare l’apprendista panettiere perché mi piacciono i croissant ed il pane. Svegliarmi presto non mi disturba affatto” – dice con la sua faccia sorridente.

Ma adesso che ha compiuto 18 anni l’accoglienza cessa e lui deve essere rimpatriato.

Il suo datore di lavoro Stéphane Ravacley proprio non ci sta ed ha iniziato da otto giorni uno sciopero della fame perché ritiene ingiusta la legge – è un ragazzo per bene, volenteroso, perché rimandarlo indietro a patire nel suo paese quando qui ha un lavoro che gli piace?-

Appunto, perché?

Laye è anche vittima di un sentire comune che conosciamo bene anche noi, simile in tutti i paesi sviluppati, dove regna la falsa credenza che gli immigrati tolgano lavoro ai “nativi”.

La maggior parte dei ragazzi dopo l’apprendistato se ne vanno perché non hanno più voglia di fare questo lavoro – dice  Stéphane – è un ragazzo educato, puntuale, che lavora bene e non prende il posto a nessuno. Da tempo non riuscivo a trovare un apprendista.

Certo, troppo faticoso fare il fornaio, svegliarsi alle due del mattino per iniziare alle tre e finire dopo una giornata di lavoro a letto per recuperare le forze.

I nostri ragazzi, i più seri e responsabili, quelli che ancora lo cercano un lavoro, vogliono trovarne uno che non li affatichi troppo anche perché, coccolati da noi genitori, hanno non per loro colpa, acquisito una bassa soglia di resistenza alla fatica e perché, per loro, il lavoro è un mezzo per acquisire un apprezzabile stile di vita.

Per Laye è un mezzo per sopravvivere, per emanciparsi, per liberarsi dalla miseria.

Adesso lo sciopero della fame di Stéphane ha attirato l’attenzione della gente di Besançon che affolla il suo panificio per firmare una petizione al Presidente della Repubblica con la speranza che Macron possa distrarsi qualche minuto dalla sua frenesia presenzialista e dedicarsi ad una concreta questione di giustizia, testimoniando con i fatti che la Francia non è solo il paese che ha scritto la dichiarazione dei diritti dell’uomo nel 1789, ma anche quello dove oggi uguaglianza e fraternità sono praticati.

In appoggio all’iniziativa del panettiere Stéphan Ravacley ce n’è un’altra, a firma di diversi intellettuali, sempre rivolta al Presidente, che fra l’altro dice – certi casi individuali diventano simboli che definiscono quello che siamo e quello che vogliamo essere.-

La storia di Laye, non solo per l’epilogo annunciato che speriamo si scongiuri, ma per come si è svolta negli anni, deve farci riflettere e magari bisogna rapportarla alle tante storie dei nostri figli privilegiati dalla sorte che vivono protetti da una famiglia ed hanno la possibilità di esercitare i loro diritti a casa loro.

Il caso di Laye deve suggerirci una domanda: cosa deve fare un essere umano per poter essere considerato un cittadino in un paese dove lavora e paga le tasse?

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