Il Covid porta via Pietro Nardiello, giornalista e scrittore di fede granata

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-di Claudia Izzo-

“Noi ci abbiamo creduto sin dall’inizio”… inizia così uno dei suoi libri, “Salernitana 19:19-dalla D alla B alzando le coppe”, con le fotografie Nicola Ianuale, regalatomi  per condividere  il suo credo calcistico, la sua fede granata. Ed io ho creduto che le sue foto messe sui social, il suo diario della lotta al Covid 19, sarebbe stato qualcosa di cui avremmo potuto parlare dopo, ma in modo diverso. Ci abbiamo creduto tutti, e invece il collega Pietro Nardiello non ce l’ha fatta, il giornalista e scrittore di origine salernitana, è morto a 47 anni presso il Covid Center dell’ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere.

Appena il 26 aprile scorso sui social scriveva… “7 giorni covid, ma non mollo. Vi voglio bene e voi?” e poi, “da oggi senza casco, con ossigeno e poltrona”. Pietro Nardiello l’ha condivisa con i suoi amici di rete la sua battaglia contro il mostro virale, postando le immagini con il casco, lo sguardo pieno di tristezza fino all’ ossigeno sulla poltrona che è sembrato a tutti un passo avanti verso la guarigione. Il virus invece è stato vorace nel prenderlo con sè. E si sta a scrivere di un’altra vittima Covid 19, 47 anni e tanti progetti.

Articolo 21, la Città di Salerno e Repubblica Napoli sono le testate con cui ha collaborato. “Tre parole fuori dal vulcano” è la trasmissione radiofonica che ha curato  in onda su Radio Rai. E poi le sue pubblicazioni: la prima nel 2014, “Guidaci ancora Ago”, dedicato alla figura di Agostino Di Bartolomei, “Salernitana 19:19 Dalla D alla B alzando le coppe” (2016), “Il Grande Torino. Campioni per sempre” (2017), “Notti Magiche” (2018). Ha curato poi  l’antologia sul mondo calcistico “Interrompo dal San Paolo” per la Giammarino editore. Ha collaborato con il Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe per cui ha curato la direzione del Festival dell’Impegno Civile nel 2008, una rassegna di eventi culturali che si svolge all’interno dei beni confiscati alle mafie. Da quell’esperienza era poi nato il libro, “Il Festival a casa del boss”.

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