I primi vent’anni dell’Euro. Perché è stato un successo e perché dobbiamo tenercelo stretto

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di Pierre De Filippo-

Il 1 gennaio 2022, l’Euro, il più esemplificativo simbolo dell’integrazione europea, ha compiuto vent’anni. Un bel traguardo se si considera da dove si era partiti e, soprattutto, le crisi – importanti e potenzialmente letali – che ha vissuto negli ultimi anni.

Ma in Italia, si sa, l’euro non gode di grande popolarità, non è apprezzato come altrove. Per tanti motivi di cui solo una piccola parte è legittima, sostanziale; la restante parte delle obiezioni è frutto di una scarsa, scarsissima cultura finanziaria degli italiani, della nostra proverbiale pigrizia ad informarci con cognizione di causa, alla nostra endemica tendenza a dare spazio, adito alle fake news. A farci imbonire da incantatori di serpenti.

E allora, per celebrare questa ricorrenza, cerchiamo di sfatare qualche mito tenacemente incrostato alla nostra moneta.

In primo luogo – e non potremmo che partire da qui – il cambio, sbagliato a detta di molti. Non è così. Il primo falso mito è che il cambio tra marco tedesco ed euro sarebbe stato 1 a 1. Falso: ogni euro vale due marchi. Un marco valeva poco meno di mille lire, dunque l’equivalente di due marchi era poco meno di duemila lire. Ci troviamo.

Oltre a ciò, se avessimo voluto rivalutare la nostra moneta, con un cambio più forte, avremmo tragicamente compromesso la nostra competitività e, di conseguenza, le nostre esportazioni.

Due, il passaggio all’euro ha comportato il raddoppio dei prezzi. Falso: l’ISTAT dice che l’aumento dei prezzi del 2002 rispetto al 2001 è stato di circa il 2,5%, non del 100%, percentuale che avremmo avuto se i prezzi si fossero raddoppiati.

Cosa è successo? È successo che sono aumentati maggiormente i beni acquistati quotidianamente: caffè, latte, beni di prima necessità, dando l’idea che vi fosse stato un raddoppio. Così non è stato.

A causa dell’euro siamo stati costretti a svendere il nostro patrimonio industriale. Ma davvero? Quel carrozzone fatto di clientelismo e corruzione era davvero, per noi, un patrimonio? Non si direbbe, visto come – tendenzialmente – abbiamo gestito le aziende di stato.

Oltretutto, il periodo storico era quello delle grandi liberalizzazioni, portate avanti in ogni Paese da governi di ogni colore. Non ci siamo comportati diversamente rispetto agli altri.

L’euro ci ha impedito di crescere. Dei 19 stati che, attualmente, hanno l’euro come moneta solo due – Italia e Grecia – hanno visto una crescita asfittica negli ultimi vent’anni. Forse il problema, allora, non è la moneta ma i paesi in questione.

In Italia, nei primi anni Duemila la spesa corrente è aumentata in maniera esponenziale – e proprio ad opera di quel governo che avrebbe dovuto dare vita alla rivoluzione liberale – mettendo in difficoltà i nostri conti ed allargando le maglie del nostro debito pubblico.

Ancora, sempre negli stessi anni il costo dei fattori produttivi – del lavoro, in primis – è aumentato del 30%; in Germania di 0. Ciò significa perdere di competitività rispetto ai nostri principali competitor. Colpa dei governanti o della moneta?

A causa dell’euro, durante la crisi del 2008, siamo stati abbandonati a noi stessi. Avere una moneta comune – che ci ha protetto, per anni, dal rischio inflazionistico – significa anche dover procedere con una certa prudenza di bilancio. È un po’ come vivere in condominio: se ti succede qualcosa sai che non sei solo ma ci sono delle regole da rispettare.

Regole che noi, pervicacemente, abbiamo cercato di non rispettare. Prendersela con le misure di austerità è un po’ come prendersela con la dieta che il dietologo ci assegna: il problema è la patologia, non la cura.

I grandi potentati europei, Germania in testa, non ci hanno concesso quella flessibilità di cui avevamo bisogno. Falso: ogni governo che si è succeduto in questi anni ha goduto della propria fetta di flessibilità. Gli 80€ di Renzi sono stati figli della flessibilità, il Reddito di Cittadinanza e Quota100 sono stati figli della flessibilità.

Forse potremmo ottimizzare meglio queste concessioni ma ciò dipende da noi. Solo da noi.

Con una moneta forte, l’euro, le nostre esportazioni ne risentiranno. Falso: mai come negli ultimi anni – e nel 2017 in particolare – abbiamo raggiunto il nostro record storico di esportazioni, poco meno di 500miliardi di euro. Dunque, non basta essere competitivi sul prezzo – cosa che noi abbiamo fatto per tanti anni – ma vendere anche prodotti di qualità, con servizi post-vendita efficienti, con rapporti con la clientela stretti e cordiali.

Il Patto di Stabilità e Crescita va rivisto. Vero va rivisto, soprattutto dopo la pandemia che ha modificato il nostro modo di pensare al futuro. Ma guai ad accantonare ciò che De Gasperi definiva vincolo esterno: l’Italia, senza qualcuno che gli faccia da cane da guardia, si perde, sperpera, spreca. È nella sua natura, è in quel familismo amorale che da secoli ci perseguita.

In conclusione, cosa dire dell’euro? Che tanti elementi concorrono a far pensare che sia stata l’Italia a “prenderlo male”; per citare Carlo Cottarelli “è come dare ad una persona una bicicletta per farla andare più velocemente. Ma la persona, la bicicletta se la mette in spalla e, all’arrivo, dice che gli è stata più di intralcio che altro”.

Cosa manca all’euro? Una politica fiscale europea. Ma questa presuppone che il sovranismo – che è un misto di utopia e miopia – venga sconfitto. Diversamente, continueremo sempre a portare la bicicletta in spalla.

 

 

 

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