Giovanni Brusca, il pentito della Mafia che fece saltare in aria il giudice Falcone, è libero

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“Non posso ricordare tutti- di Michele Bartolo

Il 31 maggio 2021 Giovanni Brusca, dopo aver trascorso venticinque anni in carcere, è tornato  in libertà per fine pena, rimanendo sottoposto alla sola libertà vigilata, per ulteriori quattro anni, secondo quanto ha stabilito la Corte di Appello di Milano.

Ma chi è Giovanni Brusca? Un boss mafioso ai vertici della Cupola, U’ Verru (il porco), lo scannacristiani oppure è il collaboratore di giustizia, colui che ha aiutato lo Stato a penetrare nei segreti nascosti di Cosa Nostra, il “pentito 24 carati”, come uscì scritto su un muro della sua città natale, San Giuseppe Jato? Venti anni da killer spietato, venticinque da discusso collaboratore di giustizia, chi è veramente l’uomo che ha azionato il telecomando della strage di Capaci e ordinato di strangolare e  sciogliere nell’acido “u cagnuleddu”, il figlio del pentito Santino Di Matteo, un bambino di  soli tredici anni?

Forse sono le sue stesse parole ad aiutarci a conoscerlo meglio. Egli dice di sé: “(…)Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento(..)”.

Se questo è il personaggio, se questi sono i crimini, come può spiegarsi ai familiari delle vittime, ma anche ai cittadini comuni o agli stessi condannati per reati simili, che il sig. Giovanni Brusca, dopo solo venticinque anni di carcere, può ritornare libero? Si badi bene, stiamo parlando di un uomo di 64 anni, non di un vecchietto segnato dal tempo e minato nel fisico, destinato alla pensione o all’ospizio.

Alla notizia della liberazione del boss, subito sono scoppiate le polemiche tra opposte fazioni, tra chi vede come insopportabile ed ingiustificabile la restituzione della libertà ad un pluriomicida e stragista dichiarato e chi ritiene, come il procuratore antimafia Cafiero de Raho, che la sua liberazione rappresenti la vittoria dello Stato sulla mafia.

Iniziamo col dire che, in questo caso, nessuna colpa può ricadere sulla magistratura. Come giustamente ha dichiarato la sorella di Giovanni Falcone, Maria Falcone, pur provata dal dolore e personalmente colpita dalla ferocia del Brusca, “umanamente sono addolorata ma la legge va rispettata”.

Il fulcro del ragionamento forse è proprio questo: i magistrati si sono limitati ad applicare la legge e la stessa polemica politica, che è sorta dopo la liberazione, sa molto di ipocrisia, visto che si è solo compiuto ciò che già poteva immaginarsi ed aspettarsi in base ai benefici ottenuti negli anni dal Brusca, in applicazione della legislazione sui pentiti. Allora non ha senso ribellarsi a ciò che era già scritto ma bisogna semmai chiedersi se quella normativa ha un senso e se è giusta da un punto di vista giuridico, etico e sociale.

Il procuratore de Raho ha dato la sua risposta, avere approvato una legge che consente di adottare uno strumento di contrasto alle mafie,  che è l’unico che realmente consente di entrare nelle mafie, conoscerle e sconfiggerle, è una vittoria. Dal 2000, infatti, Giovanni Brusca, sino ad allora considerato solo un dichiarante, riesce ad ottenere lo status di collaboratore di giustizia, che gli consente di lasciare il regime carcerario duro previsto dall’art. 41 bis e di godere dei benefici previsti dalla legge, compreso un sussidio mensile per sé e per i componenti della sua famiglia.

Inoltre, durante la detenzione, gli sono stati concessi periodicamente dei permessi premio per buona condotta, consentendogli così di poter uscire dal carcere ogni quarantacinque giorni e poter fare visita alla propria famiglia, in una località protetta. E la stessa protezione sarà ora garantita al Brusca libero ed ai suoi familiari, sempre in applicazione della normativa a favore del pentitismo e sempre con i costi a carico della collettività.

Giova, in questa sede, rammentare che, nel 2010, i carabinieri di Monreale, per ordine della procura di Palermo, effettuarono una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni dei suoi familiari, confiscando al boss pentito una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, avrebbe continuato a gestire dal carcere. Pensare oggi che, scarcerato per buona condotta e per i benefici della legge sui pentiti, Brusca libero si trasformi  in un tranquillo pensionato quando, anche durante la detenzione carceraria, avrebbe continuato ad usufruire della sua caratura criminale per gestire i suoi affari ed i suoi interessi, appare più una fantastica utopia che una probabile realtà.

Quale dovrebbe essere, in conclusione, una Giustizia veramente giusta in un caso come quello di Brusca? Io ritengo che la normativa sul pentitismo vada sicuramente modificata e riformata ma non solo e non tanto perché si fonda sul principio della delazione, che di per sé, anche nelle ipotesi dei criminali, non è mai lodevole, ma perché conferisce, con immediato automatismo, una patente di credibilità a chi probabilmente si pente non da illuminato sulla via di Damasco ma perché, pur aiutando a  ricostruire la genesi di delitti, al netto di potenziali inquinamenti delle prove, mai da escludere, di fatto ambisce all’impunità per sé stesso, resa ancor più appetibile dal garantito sostentamento economico e dal regime di protezione per sé  e per i propri familiari.

Non ogni collaboratore di giustizia è un pentito e la stessa collaborazione non può giustificare sconti di pena così consistenti, tali da trasformare il lupo feroce in agnellino. Giovanni Brusca ha collaborato con la giustizia, ha avuto memoria di tanti crimini ed episodi di sangue, ha fornito la sua personale ricostruzione degli intrecci politico-mafiosi, ma alcuni particolari, alcuni dettagli non li ricorda…(..) Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento(..)”.

La vita umana ridotta a statistica, esseri umani e le loro vite identificati con i numeri. Questo era e questo è Giovanni Brusca, feroce scannacristiani, ma anche pentito  24 carati, abile, come tutti  i veri mafiosi, a nascondere la propria vera natura.

Diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: “Quando c’è un delitto di mafia, la prima corona che arriva  è quella del mandante”. Una interpretazione non molto diversa da quella data dal giudice Giovanni Falcone, che oggi calza a pennello per Giovanni Brusca libero: “Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi ad una religione. Non si cessa mai di essere preti né mafiosi”.

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