G20, l’ex ministro Terzi:” Draghi leader d’Europa e d’Italia, ma il vero problema è la Cina”

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di Edoardo Sirignano- da Spraynews-

Giulio Terzi di Sant’Agata, diplomatico e politico italiano, già ministro degli Esteri nel governo Conte, sostiene come Draghi nell’ultimo G20 sia stato il vero leader d’Europa e non solo il presidente del Consiglio italiano, ma allo stesso tempo evidenzia la Cina quale problema del futuro, su cui l’occidente tarda a intervenire.

Il grande assente dell’ultimo G20, insieme alla Russia, è stata la Cina. La questione mandarina nell’incontro italiano tra i leader internazionali, tenutosi a Roma, è stata messa da parte?

«Tutt’altro. Xi Jinping con la sua assenza è stato protagonista, forse ancora più se non fosse stato presente fisicamente. Non è una coincidenza che sia lui che Putin siano mancati, delineando nei fatti una sintonia organizzativa. Non bastano i contagi in crescita a giustificarli. Diversi leader che stanno vivendo i loro stessi problemi, forse peggiori, erano a Roma. Basti pensare all’India. Vedo, quindi, una Cina che ha voluto mantenere blindate le sue posizioni, come nel caso del rifiuto di mettere una data sul punto di emissioni zero».

Qualcuno sostiene che in un certo senso i grandi dell’occidente siano stati troppo permissivi nei confronti di Pechino sull’ambiente. Lo condivide?

«Si sono trovati davanti un elefante che non si smuove. Se da un lato la Cina dice di essere la seconda economia mondiale, dall’altro si considera ancora paese in via di sviluppo e di conseguenza ha meno obblighi degli altri nel contribuire alla mitigazione dei disastrosi effetti del riscaldamento atmosferico. C’è una grande contraddizione. E’ troppo semplice dire dobbiamo rimanere negli accordi di Parigi del massimo riscaldamento climatico dell’uno e mezzo per cento. Non si spiega, invece, in che modo attuarlo e quale sarà la data in cui si azzereranno completamente le emissioni. Non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando dello stesso Paese che ha disatteso tutti gli impegni presi all’ingresso dell’organizzazione mondiale del commercio».

Nathan Law, intanto, in un’intervista a Spraynews, chiede non solo agli Usa, ma a tutto il pianeta, di impedire alla Cina di invadere Taiwan. L’Italia come dovrebbe comportarsi?

«E’ chiaro in un editoriale scritto da Mieli sul Corriere della Sera, dove si dice che l’Italia guarda distratta a tale questione, quasi come se fosse un qualcosa di lontano. Verrà il giorno, poi, come accaduto con l’Afghanistan, in cui i paesi europei si lamenteranno di non essere stati sufficientemente informati su quanto sta accadendo e dopo la sorpresa faranno a gara nel loro sport prediletto di correre al tavolo della pace, di candidarsi come ponti per i negoziati. Tutto quello che c’è da sapere sulla crisi di Taiwan, invece, è sotto gli occhi di ognuno e se c’è un tempo per fare qualcosa di utile quello è adesso. I taiwanesi devono tornare a vivere in libertà. Xi Jinping pur non venendo a Roma, ha mandato il suo ministro degli esteri, che in un bilaterale con Di Maio, ha chiaramente avvertito di non sollevare la questione Taiwan perché gravissima interferenza negli affari interni della Cina e chi lo avrebbe fatto ne avrebbe pagato le conseguenze. In modo parallelo a queste dichiarazioni, non essendo a sorpresa il tema in agenda nel G20, ha fatto poi un altro comunicato in cui diffidava, in modo ancora più pesante, tutti coloro che avevano semplicemente sollevato il problema».

Come comportarsi di fronte a tali avvertimenti?

«Innanzitutto bisogna essere fermi nelle denunce di tutto quanto avviene in Cina, a Hong Kong e laddove esistono minacce alla democrazia».

Spesso, però, anche in Italia ci troviamo di fronte a media che fin troppo compiacenti nei confronti di chi guida il gigante asiatico?

«Addirittura alcuni partiti in Italia hanno fatto accordi per far circolare nelle librerie i libri di Xi Jinping sulla dottrina del partito comunista cinese. Sappiamo bene i nomi dei corrispondenti da Pechino, veri e propri portavoce del governo, a cui viene dettato addirittura il linguaggio da utilizzare. Non dobbiamo sorprenderci, che dopo Il MoU, vengano passate all’Ansa solo notizie positive e filogovernative sulla Cina. Siamo di fronte a un moderno Minculpop».

Perché fa questo paragone?

«Una volta i direttori dei giornali si lamentavano di essere tartassati dai segretari dei partiti. Adesso non ci sono più le telefonate perché l’occupazione dell’informazione da parte delle forze politiche è tale che questi sono già orientati in partenza sul da farsi e io ne ho fatto la mia esperienza. Troppo spesso sono stato tagliato o oscurato per aver denunciato quanto sta accadendo in Cina. C’è una vera e propria censura cinese in atto in Italia. D’altronde, le conseguenze minacciate dal ministro degli esteri di Pechino, c’è chi già le ha conosciute, come l’Australia, che solo per aver chiesto un’indagine indipendente sull’origine del Covid, ha subito un embargo. Il salmone norvegese e canadese non è stato venduto per mesi in Cina perché questi paesi avevano avuto da ridire sulla questione diritti umani».

Non le sembra strano che solo un richiamo a un regime come quello fascista finisce sulle prime pagine dei giornali nazionali, mentre si continua a tacere rispetto a una forma di autoritarismo che minaccia la democrazia…

«E’ incredibile. L’allinearsi sul credo maoista, marxista, leninista esime da qualsiasi critica. Non c’è una dichiarazione del M5s, della sinistra e di parte del Pd su quanto sta avvenendo nello Xinjiang. Addirittura ci sono organi di informazione che hanno definito Xi Jinping uomo dell’anno. Si fa affari con chi è protagonista nel distruggere un popolo, una cultura. In una determinata area della Cina vengono sterilizzate le donne, soppresso l’insegnamento della lingua locale, non c’è libertà di informazione ed espressione, vengono applicate misure coattive ed esistono addirittura dei campi di concentramento, che pur essendo chiamati in altro modo, sono tali perché ci sono persone costrette al lavoro forzato».

Perché le democrazie occidentali non reagiscono?

«Siamo di fronte a dei leader che per motivi evidenti si fanno prendere in giro. Le rassicurazioni date dalla Cina sullo Xinjiang non sono tanto diverse da quelle offerte sul clima. La pandemia continua a girare perché Pechino non ha rispettato il regolamento sulla salute globale del 2005 per il quale qualsiasi firmatario avrebbe dovuto denunciare nelle 24 ore la scoperta di un caso Sars o simile, non avendolo fatto per almeno tre mesi. Sul clima avviene lo stesso, considerando che sono stati presi degli impegni a lungo termine senza dei benchmark, dei parametri vincolanti».

Ritornando a Taiwan, come difenderlo?

«Biden ha detto difenderò Taiwan, ma non che ci manda carrarmati o F-35. Si parte innanzitutto dalle posizioni politiche. In Italia, purtroppo, abbiamo un ministro più amico della Cina che degli Usa. Il riferimento è al Movimento 5 Stelle, a Leu e parte del Pd che nei testi parlamentari cercano di evitare di parlare di genocidio in Xinjiang, accettando addirittura di far venire il governatore di quell’area in un’audizione al Senato voluta proprio da un pentastellato e quindi si crea una situazione nella quale l’Italia ha la museruola. Non dobbiamo meravigliarci che all’ultima convention dell’Ipac, pur essendo arrivati parlamentari da tutto il mondo, nessuno da Montecitorio, pur tenendosi l’incontro a pochi metri dalla Camera, a parte qualche rarissima eccezione, si è scomodato per vedere di cosa si parlasse. C’è, invece, un rischio concreto per il mare di Taiwan, un importante nodo sia dal punto di vista commerciale che della sicurezza. Se la flotta statunitense, australiana e le nostre navi non possono più passare in quegli stretti, in quei mari, militarizzati e blindati, si mina la libertà di navigazione a livello globale e quella convenzione sui diritti del mare che ha solo quarant’anni. L’impianto della deterrenza atlantica, quindi, deve essere quanto prima esteso al Pacifico. Altro punto è rendersi autonomi nei settori strategici. Lo si sta cercando di fare, ma serve ancora tanto, soprattutto in una realtà come Taiwan all’avanguardia per la tecnologia. Ultimo aspetto, infine, è difendere Taiwan nel cyberspazio, per renderlo meno attaccabile dalla Cina comunista».

Cambiando argomento, Draghi nell’ultimo G20 è stato più di un semplice padrone di casa. Che ruolo ha giocato l’Italia?

«Il successo di immagine per il nostro Paese è stato eccezionale. E’ stata valorizzata al massimo la straordinaria unicità culturale, artistica e di bellezza della capitale italiana. Centrale, poi, è stato il rapporto con l’India perché il ventunesimo secolo sarà il suo. Modi come Draghi è tra i leader più popolari al momento, a differenza di Xi Jinping, che pur controllando i voti e avendo creato un vero e proprio stato orwelliano, è indietro rispetto a questi due personaggi, riscuotendo meno successo nel Paese in cui governa. Draghi ha dimostrato di essere il riferimento non solo in Italia, ma in Europa. Stiamo parlando di un G20 che nel possibile è riuscito in tutto, nell’impossibile ovviamente no. Mi riferisco alla Cina, che purtroppo è sempre più il problema».

 

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