E se fosse andata così?

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di Luigi  Gravagnuolo

In un Paese dalle alte montagne, roccioso, impervio, vivevano da secoli e secoli, in perenne conflitto tra loro, 14 indomiti gruppi etnici . Quel Paese era circondato da Stati potenti che, mestando nel torbido dei suoi conflitti interni, più di una volta avevano cercato di prenderne possesso. Ma niente, ne erano sempre stati ricacciati indietro.

Avvenne poi che un gruppo di fanatici terroristi islamici si rifugiò su quelle aspre vette e di lì organizzò il più terrificante attacco terroristico agli Stati Uniti d’America che la storia ricordi.

Era l’11 settembre del 2001. Il mondo restò sgomento, che sarebbe successo?

Ci fu l’inevitabile spedizione punitiva. Non solo verso quel gruppo terrorista però, ma contro interi popoli e stati, suoi presunti complici e protettori.

Dopo dieci anni il famigerato capo della banda terrorista fu finalmente scovato ed ucciso. Si trovava proprio lì, proprio su quei monti.

Missione compiuta, direte. Ma il più potente Stato del mondo non si accontentò. Sognò di restare nell’impervio paese e di importarvi la sua ‘civiltà’. Era convinto che quella gente, dopo aver assaporato le dolcezze della democrazia e dei diritti civili, li avrebbe fatti propri. Pura velleità, seguirono altri dieci anni di attentati, ritorsioni, lutti, stragi.

Nel 2018 gli occupanti USA si convinsero che era finalmente giunta l’ora di dichiarare conclusa la missione e di tornarsene a casa. Non potevano però farlo di punto in bianco. Aprirono perciò le trattative con i Pashtuni, la più gagliarda di quelle etnie, guidata dai talebani, e con alcune altre delle restanti tribù.

A Doha, capitale del Qatar e sede delle trattative, convennero la data del 31 agosto del 2021 per il ritiro dell’ultimo soldato americano. Così, dal marzo di quell’anno in poi, un po’ alla volta, concordando i passi volta per volta con i talebani e i loro alleati, gli yankee cominciarono a lasciare l’Afghanistan. E sì, di questo Paese stiamo parlando, si era capito vero?

Tutto procedette secondo le intese, fino agli inizi di agosto, quando, entro poche settimane, non ci sarebbe stato più un soldato occidentale in Afghanistan. Ma poi, chi lo avrebbe governato?

C’era, forte di 300mila militi dotati di un eccellente equipaggiamento, l’esercito nazionale collaborazionista, i cui generali verosimilmente avrebbero aspirato al governo del Paese, o quanto meno ad una sua fetta. Un’aspirazione neanche immaginabile per i vincitori. E poi, mica solo i Pashtuni guidati dai talebani puntavano al governo. E i Tagiki, gli Hazara, gli Uzbeki, i Turkmeni, i Beluci, i Pashayi, i Nuristani, gli Aymak, gli Arabi, i Kirghisi, i Qizilbash, i Guaiarat, i Brahwu, non avrebbero anche loro preteso la propria quota di potere? Per non dire della miriade di tribù e sottogruppi che popolano quella terra.

Ecco quindi che, anticipando tutti e sorprendendo sia gli Occidentali, che ancora si stavano preparando allo sgombero, sia l’esercito nazionale, sia anche le altre etnie, i Pashtuni attaccarono la capitale Kabul. L’esercito nazionale si squagliò. I talebani, che già pagavano i propri combattenti il triplo di quanto ricevevano i soldati dell’esercito nazionale, avevano promesso loro il raddoppio della paga. Diserzione di massa e la  partita fu chiusa in due tre giorni. Le altre etnie, colte alla sprovvista, non ebbero il tempo di organizzarsi. A ferragosto Kabul era in mano talebana.

Ci fu un fuggi fuggi caotico di occidentali e collaborazionisti. L’aeroporto della capitale fu preso d’assalto da decine di migliaia di disperati nel panico. Atterriti e fuori di sé, alcuni addirittura si aggrapparono ai carrelli degli aerei in partenza, schiantandosi poi a terra. Un macello.

Alcune tribù, che erano state tagliate fuori dal blitz talebano, tentarono di ribaltare i rapporti di forza tramite improvvisate azioni di forza e attentati suicidi. Altri si rifugiarono sulle cime più alte per organizzare la resistenza al nuovo regime. Molte donne cominciarono a riunirsi clandestinamente per trovare il modo di difendere un minimo di diritti pur conquistati nel ventennio dell’occupazione americana. Ma nessuno riuscì a far indietreggiare i talebani.

Un poco alla volta le proteste si spensero, gli occhi del mondo si girarono altrove e, nel millenario silenzio dell’altopiano dell’Hindukursh, qualcuno cominciò a tessere le fila di una nuova lunga, indomabile resistenza.

Avete letto un racconto, frutto della fantasia di chi scrive.

 

 

 

“Kunar River, Afghanistan” by The U.S. Army is licensed under CC BY 2.0

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