Due anni fa il terremoto in Centro Italia

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Mai abbassare la guardia- di Maria Gabriella Alfano-

Sono trascorsi due anni da quel 24 agosto 2016, quando vi fu la prima scossa del terremoto che colpì l’Abruzzo, il Lazio, le Marche e l’Umbria. Migliaia i senza tetto, 299 le vittime, numerosi i feriti. Gravissimi i danni al patrimonio edilizio.

Per oltre otto mesi la terra non smise di tremare. Ogni nuova scossa distruggeva ciò che restava di case, stalle, chiese, municipi. Edifici custodi della storia, delle tradizioni, dell’economia e della memoria di intere comunità.

Gli effetti dei terremoti sulle persone sono ben più devastanti: vengono sconvolti i ritmi della vita quotidiana, scompare la struttura del lavoro e si indeboliscono i rapporti tra individui. Soprattutto si perde l’anima dei luoghi e con essa il senso della comunità.

Comprendiamo che cosa significa questa perdita. Noi campani abbiamo vissuto più volte l’esperienza del terremoto, l’ultima nel 1980. Anche da noi il sisma portò via un numero enorme di vite umane e cancellò interi paesi. Tranne qualche caso isolato, la ricostruzione è avvenuta in modo discutibile perché non è prevalsa la cura del territorio e delle persone, ma la logica dell’affare. In questi casi l’anima dei luoghi è scomparsa per sempre.

E’ importante ricordare quest’anniversario nella consapevolezza che occorre stare sempre all’erta perché il nostro Paese è quasi tutto “a rischio sismico”.

In questi giorni l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia comunica che la sequenza non si è conclusa e, anche se sono diminuiti il numero e la magnitudo degli eventi, se ne rilevano mediamente ancora 20 al giorno, di magnitudo 2.0.

Per quanto riguarda la ricostruzione, il terremoto obbliga le comunità ad un complesso e problematico adattamento alle mutate condizioni fisiche e sociali dei territori che ne sono colpiti. Occorre tener conto dei rischi presenti nei siti in cui ricostruire, scegliere la tecnica ricostruttiva, individuare chi deve governare il processo.

Il “nostro” terremoto la dice lunga su come si può ricostruire. Abbiamo sperimentato un ampio ventaglio di soluzioni: dalla ricostruzione nel rispetto dell’impianto antico, alle case a schiera ed altre tipologie estranee alla nostra tradizione culturale, dall’esproprio generalizzato da parte del comune alla frammentazione in singoli interventi.

È più efficace la ricostruzione imposta dal piano di recupero o quella dei singoli edifici curata dai proprietari con maggior libertà? Conviene costruire “com’era e dov’era” o è preferibile delocalizzare e puntare sulle new town?

Sono questioni complesse per le quali va individuata una soluzione caso per caso, ma con una certezza: la ricostruzione non deve essere improntata alla logica degli affari. Occorre, invece, farsi guidare dalla logica del rispetto, incentrata sulla partecipazione pubblica ai processi di ricostruzione, su percorsi collettivi di riappropriazione degli spazi e degli elementi culturali della vita che il terremoto ha cancellato.

 

 

 

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