Draghi si è dimesso

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di Pierre De Filippo-

Arriva dopo una giornata che, si sapeva, sarebbe stata campale. Sono le 18.45 quando esce il comunicato che Mario Draghi legge in Consiglio dei Ministri, rinviato di ore per permettere al Premier di recarsi al Quirinale.

“Buonasera a tutti, voglio annunciarvi che questa sera rassegnerò le mie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica. Le votazioni di oggi in Parlamento sono un fatto molto significativo dal punto di vista politico. La maggioranza di unità nazionale che ha sostenuto questo governo dalla sua creazione non c’è più. È venuto meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo. In questi giorni da parte mia c’è stato il massimo impegno per proseguire nel cammino comune, anche cercando di venire incontro alle esigenze che mi sono state avanzate dalle forze politiche.  Come è evidente dal dibattito e dal voto di oggi in Parlamento questo sforzo non è stato sufficiente. Dal mio discorso di insediamento in Parlamento ho sempre detto che questo esecutivo sarebbe andato avanti soltanto se ci fosse stata la chiara prospettiva di poter realizzare il programma di governo su cui le forze politiche avevano votato la fiducia.

Conclude con un freddo commiato.

Chiaro, netto e senza possibili fraintendimenti o ripensamenti. È categorico Draghi e dà seguito a quanto aveva detto nei giorni precedenti: una divaricazione forte, come quella che si è avuta stamattina al Senato, avrebbe portato alle sue dimissioni perché “non esiste un secondo governo Draghi e non esiste governo senza il Movimento 5 Stelle”.

Ma andiamo con ordine, perché la giornata è stata caotica.

Si sapeva da giorni che oggi sarebbe stato il giorno del giudizio, col voto del Decreto Aiuti in Senato. Il M5S aveva avanzato dei dubbi, principalmente rispetto al termovalorizzatore di Roma – fortemente voluto anche dagli alleati del campo largo del Partito Democratico – ma nel dibattito, quello evocato da Draghi nel suo comunicato, sottolineandone l’importanza, la capogruppo Castellone aveva tirato dentro un po’ tutto, dal cashback al reddito di cittadinanza, dal decreto dignità al superbonus, in una sorta di resa dei conti, di cappio che si stringe intorno al Premier.

Non l’obiezione ad un singolo provvedimento, per quanto di bandiera, ma all’intera azione dell’Esecutivo. Alla fine, come promesso, sono usciti dalla camera, accompagnati dai loro stessi applausi. E Draghi non ha potuto che trarne le sue conseguenze.

Ma a farci capire che l’aria non sarebbe cambiata ci avevano pensato un paio di segnali: primo, Grillo – che aveva sempre anticipato e dato un imprinting forte all’operato del suo Movimento – è subito intervenuto, in primo pomeriggio, a dire che sì, questa volta sta con Conte. Confermando forse ciò che Domenico De Masi aveva vomitato in radio: “Grillo m’ha detto che Draghi vuole fare fuori Conte”; secondo, dal Quirinale, dopo oltre un’ora di interlocuzione e a incontro finito, nessuna notizia era pervenuta, sintomo della volontà del Colle di cercare di far cambiare idea al Presidente del Consiglio e che, in serata, ne respinge le dimissioni; terzo, forse anche le dichiarazioni, di qualche giorno fa, di Dario Franceschini, che tanto s’era speso per l’alleanza Pd-M5S, che essenzialmente aveva richiamato i grillini all’ordine.

Alla svolta, a suo modo clamorosa, le reazioni sono state essenzialmente tre: quella della Meloni che, chiaramente, è rimasta ferma immobile sulle sue posizioni: elezioni, elezioni, elezioni. Lo ha detto in una nota dicendo, riferendosi ai suoi partners, “non famo scherzi…”; la seconda reazione è stata quella di Matteo Renzi: bravo Draghi, adesso fai un governo senza i grillini; la terza è quella del Pd che, invece, ha assoluta necessità di ricucire il governo per ricucire la sua coalizione. Lo hanno detto a chiare lettere sia Ernico Letta che Dario Franceschini e, in Consiglio, Andrea Orlando.

E Salvini e Berlusconi? A votare non vorrebbero andare, checché ne dicano, per paura che la Meloni se li mangi. Ma non vogliono assolutamente darlo a vedere, perciò celiano.

Il Presidente del Consiglio, dopo i vertici ad Algeri di questi giorni, mercoledì sarà in Parlamento nel quale, con tutta probabilità, chiuderà la sua esperienza governativa.

E, da giovedì, il futuro della nostra bella Italia sarà ancora più nebuloso.

 

 

 

 

 

 

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