Dalle anime pezzentelle, ai mendicanti nel Presepe napoletano

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-di Giuseppe Esposito-

I mendicanti zoppi, ciechi, storpi sono figure solo apparentemente marginali, nel presepe napoletano. Essi rappresentano in realtà quelle anime che espiano, in Purgatorio, le proprie pene e chiedono ai vivi preghiere per agevolare il loro passaggio verso il Paradiso. Ma perché mai queste anime sono così importanti nel presepe?  La risposta è nel rapporto speciale che il popolo di Napoli ha sempre avuto con quelle anime, qui definite, pezzentelle.

In realtà, il culto dei morti è un qualcosa che l’animo napoletano si porta dentro da sempre, da prima che il Cristianesimo si affermasse. Ed il Purgatorio servì a cristianizzare le credenze legate alle apparizioni e i phantasmata precristiani. Sotto il rione Sanità sono state rinvenute estesissime necropoli risalenti al IV e al III secolo a.C. con sarcofagi dipinti ed ipogei del periodo greco dove si svolgevano riti a favore della fertilità e della procreazione. In quegli ipogei furono poi installate le catacombe di San Gennaro.

Nel secolo XVII le cave di tufo esistenti in quella zona furono adibite a ossario per le vittime dell’epidemia di peste che nel 1656 decimò la popolazione di Napoli e successivamente anche per i morti del colera del 1836. Lì furono anche traslate le ossa delle terresante, poste sotto le chiese cittadine. Intorno a quelle ossa si sviluppò il moderno culto delle anime purganti che a Napoli sono dette anime pezzentelle. Termine che deriva dal latino petere, ossia chiedere. Un culto analogo era quello sviluppatosi intorno alle ossa accolte nell’ipogeo della chiesa di Santa Maria delle Anime  del Purgatorio, ad Arco.

Il culto di queste anime avveniva, secondo la tradizione popolare, per fasi. Dapprima v’era l’apparizione in sogno dell’anima che indicava al fedele il luogo ove giacevano le sue ossa, o meglio il cranio, che è ritenuto tradizionalmente la sede dell’anima. Quindi il fedele si recava sul posto e, individuato il cranio, lo puliva, lo lucidava e asciugava il sudore provocato dalla fatica che l’anima doveva fare per arrivare a raggiungere il paradiso dalle fiamme del Purgatorio. Poi il fedele chiedeva all’anima di intervenire in suo favore e qualora fossero avvenuti quei cambiamenti positivi nella sua vita, se cioè pensava che l’intercessione dell’anima le avesse fatto la grazia richiesta, il teschio veniva posto in una scarbattola (dal greco krabatos), ossia una teca di legno e vetro, col fondo dipinto, olio e lumini ed iniziava così il culto di quell’anima, ovvero i cosiddetti refrischi, fiori e preghiere.

Ma se l’influenza positiva dell’anima si affievoliva, il teschio veniva messo in punizione, ossia poteva anche essere abbandonato. Ma se le richieste, in genere di tipo materiale erano esaudite l’anima entrava in pratica a far parte della famiglia e ad essa erano destinati oggetti di corredo o le veniva costruito intorno un piccolo tempietto.

Alcune di quelle anime, o meglio dei teschi del cimitero delle Fontanelle sono divenute conosciutissime, ma la più famosa è, senza dubbio, quella di Lucia. Intorno a questa figura di fanciulla molte sono le leggende che si raccontano. La più diffusa narra di lei e del suo fidanzato. Essi si conoscevano fin dalla più tenera età ed il ragazzo, per il timore di perderla, insisteva per sposarla. Ma Lucia chiese ancora del tempo per riflettere. Il ragazzo, deluso, decise di andare in un’altra città a cercar fortuna. E fu dopo quella partenza che la ragazza si rese conto di quanto lo masse e di come le mancasse. Chiese dunque al giovane di tornare, cosa che quest’ultimo fece molto volentieri. Dopo il ritorno furono avviati i preparativi per le nozze. Prima di quella data il giovane dovette tornare nella sua nuova città per sistemare alcune questioni i di lavoro, dove  però  rimase vittima di una esplosione accidentale e morì. Per la disperazione, Lucia si uccise gettandosi in un pozzo.

Le vicende della giovane hanno avuto un impatto emotivo eccezionale sull’animo dei napoletani e Lucia fu eletta a protettrice degli innamorati. A lei si rivolgono tutte la ragazze da marito chiedendole la grazia di poter godere di quelle gioie del matrimonio che a lei furono negate. Ed a ricordo di quelle nozze mancate, il teschio di Lucia fu adornato di un velo da sposa, sormontato da una piccola corona.

Questo culto delle anime pezzentelle era divenuto così diffuso che nel 1969 il cardinale di Napoli Ursi lo proibì ed il cimitero delle Fontanelle, come  l’ipogeo della chiesa delle anime del Purgatorio, venne chiuso. Ma il rapporto tra i fedeli e le capuzzelle dell’ipogeo continuò attraverso le grate che chiudevano la finestra che, dalla strada, lasciava intravedere il locale sotterraneo. Attraverso di esse i fedeli continuano a far giungere alle capuzzelle le loro invocazioni e le loro preghiere.

Ora vi pare possibile che con questi precedenti il simbolo delle anime purganti potesse mancare su presepe napoletano?

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