Dal fioretto alla sciabola: come la politica ha dimenticato le buone maniere

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-di Pierre De Filippo-

Ci sono un professore universitario, una leader politica ed una radio. Non è l’inizio di una sarcastica barzelletta ma il triste specchio di una tendenza – quella alla più biasimevole volgarizzazione della politica – che è in voga ormai da molti anni a questa parte.

La solidarietà, non scontata ma non per questo meno necessaria, che tutti hanno fatto pervenire alla Meloni non ci deve sviare, domani si ricomincerà daccapo, con gli stessi toni e la stessa intensità ma con una dose di ipocrisia ben maggiore.

Eravamo abituati alla calma piatta della Prima Repubblica, agli screzi in smoking, alle parole al vetriolo in frak, durissime nei contenuti ma che, per lo meno, salvavano la forma.

E la forma, in politica, è sostanza perché detta la linea del rapporto, fiduciario e rappresentativo, tra eletti ed elettori, cittadini e classe dirigente.

Secondo Andreotti, le doti su cui poteva contare Bettino Craxi “si suppongono”, una frase fatta scivolare con la maestria dell’oratore esperto, del marinaio navigato e, soprattutto, di quella vecchia volpe che – Bettino docet – prima o poi sarebbe finita in pellicceria…

Schermaglie sobrie ed eleganti, frutto di una società che, dopo le morti ed il sangue della Strategia della Tensione, voleva solo un Paese più pacificato, meno irruento. Normale.

Poi, l’incantesimo è finito e siamo piombati in una spirale di odio e di superficialità; abbiamo accantonato le politiche ed abbiamo elevato a potenza la lotta per il potere.

E allora ci siamo spaccati in due: berlusconiani – perché “meno male che Silvio c’è” – e antiberlusconiani, che all’avversario – in pieno conflitto di interessi e dallo stile di vita libertino – non avrebbero riconosciuto nemmeno l’onore delle armi. Quando questo spettacolo, che noi avevamo contribuito ad alimentare, c’è sembrato stucchevole abbiamo iniziato a protestare, ad inveire contro una classe dirigente miope e lontana dalle esigenze del Paese.

Lo abbiamo fatto col Vaffa, non con il libro.

Lo abbiamo fatto riempiendo le piazze di forconi, non le scuole di bambini.

Lo abbiamo fatto come se non avessimo nulla da perdere e, invece, stavamo perdendo tutto.

Siamo arrivati ad oggi, ad usare epiteti irripetibili, ad esprimerci per mezzo di immagini scabrose e volgari, a parlare di bambole gonfiabili e ad augurare stupri e malattie. Abbiamo perso la bussola, facendoci ingolosire dalla adrenalinica ebbrezza del trash, dall’idea che l’asprezza dei toni mascherasse la pochezza dei contenuti, dal barattare la civiltà e il rispetto con la popolarità dell’effimero. Sia ben chiaro: il problema non è politico o non è solo politico, è sociale, è civile, è culturale.

La buona educazione è di chi la usa, non di chi la riceve. Usiamola tutti, tutti i giorni ed in ogni circostanza e lei, magicamente, si moltiplicherà, un po’ come i pani ed i pesci. Alessandro Manzoni, profeticamente, sentenziava che “dovremmo imparare più a far bene che a star bene, finiremmo per stare tutti meglio”. Alessandro Manzoni, con la raffinatezza degli italiani brava gente di una volta, aveva perfettamente ragione.

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