Da San Paolo a Maradona

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La notizia è nata da un’affermazione di De Laurentis rilasciata a Radio Montecarlo, sembra che ci sia la volontà di modificare il nome dello stadio napoletano in Stadio San Paolo-Maradona, e se così fosse… il mito diventerebbe leggenda. Una specie di santificazione dell’uomo in terra per colui che è riuscito dove altri hanno fallito, riscattare la città e i suoi tifosi davanti all’intero mondo sportivo.

Ed è proprio lo stadio che evoca ricordi della mia vita legati al grande calciatore argentino.

Non mi è mai piaciuto essere di peso economicamente dalla mia famiglia e quando frequentavo l’università cercavo sempre di fare qualche lavoretto che mi permettesse di essere autonomo per spendere i miei soldi liberamente e senza dover sentire le lamentele di mia madre che giudicava ogni mia spesa futile e superflua (finivo sempre per comprare dischi o andare a qualche concerto).

Venni a sapere che la società che gestiva lo stadio San Paolo assumeva studenti universitari per svolgere alcuni lavori tipo controllo dei biglietti all’ingresso dello stadio o fare lo steward all’ingresso VIP e cose del genere. Era un modo molto attraente di guadagnare quelle 10.000 lire. Certo era poca cosa considerando che la domenica (allora si giocava solo la domenica e sempre di pomeriggio) eri impegnato dalla mattina alle 10:00 fino al termine della partita. La vera attrattive di quel lavoro però era che una volta iniziato l’incontro metà del personale restava ai varchi e l’altra metà poteva guardare un tempo della partita. Vi lascio immaginare cosa significava per noi giovani studenti/tifosi tutto ciò: essere pagati per vedere mezza partita. Feci di tutto per farmi assumere e ci riuscii.

Ho lavorato allo stadio per molto tempo ricoprendo vari ruoli e questo mi permise di vedere i grandi campioni in azione da Savoldi a Maradona.

Certo, vedere quei giocatori muoversi calciando una palla, saltare avversari in corsa e tentare ogni stratagemma per segnare un gol era sempre un’emozione fortissima, ma forse ancora più forte era la percezione dell’entusiasmo di uno stadio gremito da novantamila persone quando ad entrare in campo erano quei moderni gladiatori. Quando poi erano i campioni più amati a calpestare il manto erboso  il boato vibrava direttamente nello stomaco.

Su quelle gradinate, nel momento più alto della partita e dell’eccitazione, il momento del gol, tutta quella gente si posizionava sullo stesso piano, non c’era più distinzione di ceto sociale e l’eccitazione era tale che poteva trovare sfogo solo in un tripudio di urla e abbracci. Uomini e donne, padri e figli, amici e amanti erano tutti lì che si scambiavano un segno di pace e di felicità come in una celebrazione religiosa… ma molto più allegra.

In una occasione ho avuto anche la possibilità di poter svolgere il mio lavoro nei sotterranei dello stadio per il servizio di ingresso calciatori. In quella zona c’era sempre una gran confusione, i tifosi premevano per essere il più vicino possibile ai varchi dove sarebbero passati i calciatori e avere la possibilità di tendere una mano, sperando che qualcuno di essi rivolgesse loro uno sguardo, un sorriso o allungasse la mano.

In quella occasione Maradona l’ho visto anche io da vicino. Era piccolino e con tanti capelli in testa. Non potevo fare molto, anzi nulla ma lo seguii con lo sguardo e per qualche secondo i miei occhi si incrociarono con i suoi. Forse mi ha anche sorriso, ma non ne sono certo. Poco male, perché in ogni caso posso dire “Mamma ho visto Maradona”.

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