D.A.C.didattica a caso: se questo è uno Stato

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di Michele Bartolo-

Gli ultimi provvedimenti governativi, nel disegnare la mappa delle riaperture progressive delle attività in Italia, sono nuovamente intervenuti sulla scuola, questa volta per disporre la didattica in presenza, nelle zone gialle ed arancioni, anche per le scuole superiori e le università, a far data da lunedì 19 aprile nelle percentuali dal 50 al 75% per cento, salvo poi un dentro tutti al 100 % da lunedì 26 aprile in poi.

Pur comprendendo il difficile compito di chi governa effettuando la sintesi tra differenti e spesso conflittuali esigenze, occorre approfondire il tema degli effetti della pandemia sulla scuola e di come la problematica sia stata gestita dai nostri governanti. A parole, tutti hanno sempre conferito importanza prioritaria alla Scuola, architrave della società, luogo in cui si formano le nuove generazioni, pilastro del sistema educativo e culturale di una Nazione. A seguito dell’esplosione della crisi sanitaria, come è noto, lo Stato italiano è dovuto ricorrere ad una legislazione emergenziale, che ha imposto il cd. lockdown nazionale e la conseguente compressione di numerosi diritti costituzionali fondamentali, nel periodo dal marzo al maggio 2020, chiusura prolungata per il settore scolastico in modo continuativo sino alla fine di settembre 2020.

In quella fase, peraltro, si è registrato un ampio consenso sociale alle regole restrittive, sia perché uniformi su tutto il territorio nazionale, sia perché espressione di un senso di sgomento generalizzato, sia perché tese, nell’immaginario collettivo, al superamento della pandemia una volta determinatosi l’abbassamento dell’indice di contagio. Terminato il lockdown, però, abbiamo scoperto che il virus è rimasto con noi e da quel momento in poi la confusione è aumentata, alimentata dal proliferare di provvedimenti governativi, regionali e comunali, spesso contrastanti tra loro, espressione peraltro di orientamenti discordanti non solo dei politici di turno, ma anche degli stessi scienziati, che invece avrebbero dovuto avere una visione univoca e costituire un punto di riferimento per la popolazione.

Ma la scoperta più avvilente è stato constatare che nulla è stato fatto per programmare o gestire l’ineludibile convivenza con il virus. Voglio dire, cioè, che il sistema scolastico ha subito lo stesso trattamento di quello sanitario, dimenticato dalla politica per anni e poi travolto dallo tsunami pandemico. È stato caratterizzato, infatti, da pochi investimenti nel settore, ritardi nell’edilizia scolastica, precariato della classe docente, assenza di risorse economiche ed educative, proliferazione di classi pollaio, interventi legislativi incoerenti e dannosi, linee guida ministeriali cervellotiche ed inutili, tutte lacune ed anomalie aggravate dalla complicità silente dei vari sindacati di settore.

La Scuola, invece, avrebbe dovuto essere il luogo dove si declina la conoscenza, esperienza quotidiana di incontro tra insegnanti autorevoli e consapevoli della loro funzione educativa e studenti desiderosi di apprendere ed assimilare i basilari principi di logica e comprensione dello studio, prima ancora che le nozioni specifiche delle varie materie. Da questo punto di vista, la scuola distanziata forse ha fatto andare avanti nei programmi, ma ha azzerato tutto l’intorno sociale, amicale, sentimentale che fa ricordo e che nella vita adulta viene custodito come esperienza preziosa. Andare a scuola, cioè, non è solo apprendere una lezione, è esperienza sociale, senza la quale la società finisce e la stessa solitudine rischia di perdere la sua bellezza.

Se questa è la Scuola da tutelare, se si voleva evitare il danno da dispersione scolastica, cosa si è fatto per programmarne la vera riapertura? Dico vera riapertura perché una continua alternanza tra DAD e scuola in presenza crea più disorientamento che effetti benefici alla necessaria continuità di un percorso educativo. Voglio subito chiarire che mi riferisco, nello specifico, alla scuola secondaria di secondo grado ed alla Università, settori nei quali i rischi di contagio sono amplificati dagli inevitabili assembramenti che avvengono sia dentro che fuori le strutture oltre che dalla vasta mobilità che incide pesantemente sul sistema dei trasporti pubblici.

Si aggiunga, poi, nel caso degli universitari, che vi è anche un cospicuo afflusso di studenti fuori sede, con una mobilità che diventa interregionale ed incontrollata.

Cosa si è fatto allora?

Tutti ricordiamo gli acquisti di inutili sedie a rotelle e banchi singoli, che avrebbero dovuto garantire il distanziamento nelle aule, ma che invece si sono rivelati un altro spreco di denaro pubblico. Nella Regione Campania, poi, si sono moltiplicate ordinanze restrittive sulla scuola in presenza che, nell’ottica dell’amministrazione dell’Ente, avrebbero dovuto condurre ad una drastica riduzione dei contagi, rimasti, invece, inalterati rispetto ad altre regioni italiane, ove la didattica in presenza, seppur parzialmente, è proseguita.

Probabilmente, le restrizioni si sono rese necessarie per carenze organizzative croniche e assenza di programmazione, comprovata dall’inadeguatezza dei mezzi per gestire il trasporto pubblico e garantire controlli contro gli assembramenti. D’altronde, le strutture scolastiche sono state utilizzate come seggi elettorali, in occasione delle elezioni regionali del settembre 2020, a riprova della scarsa volontà che, anche a livello locale, vi è stata in ordine al promovimento delle condizioni per la ripresa dell’attività scolastica.

In questo contesto, quindi, con una situazione simile a quella di inizio anno scolastico, il Governo decide di riaprire la scuola secondaria di secondo grado e l’Università, addirittura pensa di arrivare al 100% in presenza, senza che tuttavia nulla sia cambiato e senza che siano garantite le necessarie e idonee misure a tutela della salute. Ne è riprova la mobilitazione di numerosi dirigenti di Istituto, che lamentano la impossibilità di applicare concretamente il distanziamento ed ospitare tutti gli studenti. E poi era proprio necessario riaprire ora le scuole superiori, per sbandierare l’effimero successo di un mese di presenza, senza aver fatto nulla di concreto per rimuovere le condizioni che rendono, ancora oggi, rischioso ed impraticabile un ritorno alla normalità per queste categorie di studenti?

Eppure la ricetta sarebbe semplice, forse proprio per questo non viene applicata.

In primo luogo, a mio avviso, la scuola, come la sanità, dovrebbe essere considerata materia di interesse nazionale e, come tale, dovrebbe tornare di esclusiva competenza statale, mettendo fine a questo ginepraio di ordinanze regionali e connessi ricorsi al TAR, che creano solo confusione e palesi difformità e diseguaglianze tra regioni. In secondo luogo, i nostri politici non dovrebbero inseguire il consenso, adottando provvedimenti di volta in volta dettati dall’emotività del momento ma non inseriti in un contesto organico.

Dovrebbero, invece, governare con equilibrio e con realismo, nella consapevolezza che con il COVID 19 bisogna conviverci: il virus non scompare dopo le chiusure e, proprio per questo, non si può perseguire l’utopia del contagio zero, ma investire in una seria programmazione per riaprire e per mantenere nel tempo le riaperture. In terzo luogo, quindi, se si ha a cuore veramente la scuola in presenza e si vuole che la scuola secondaria di secondo grado e l’università possano ripartire, bisogna preventivamente garantire le seguenti condizioni: a) vaccinazione prioritaria di tutto il personale scolastico; b) potenziamento e programmazione del sistema di trasporto pubblico; c) sistema di controlli e di sanzioni per evitare assembramenti dinanzi alle strutture scolastiche; d) protocolli di sicurezza  uniformi da adottare in caso di contagio; e) sistema di costante monitoraggio e tracciamento con tamponi salivari o rapidi da effettuarsi a cadenza quindicinale a tutto il personale ed agli studenti; f) obbligatoria previsione di un sistema di scaglionamento negli orari di ingresso e di uscita; g)sufficiente distanziamento nelle aule, previa contestuale adozione dei sistemi di protezione individuale. Ove il distanziamento non sia attuabile, necessaria riduzione in misura percentuale della presenza degli studenti, al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza.

Si è fatto tutto questo? Sicuramente no.

Il sistema dei trasporti non garantisce una mobilità nel rispetto delle regole, controlli e sanzioni sono inesistenti, molti istituti non hanno applicato i protocolli previsti in caso di quarantena, la vaccinazione è stata  solo iniziata, salvo interrompersi a seguito dell’ordinanza del commissario straordinario che privilegia le fasce d’età e, cosa ancor più sconvolgente, ad oggi non è ancora previsto un sistema di monitoraggio e tracciamento che garantisca l’effettuazione di tamponi a cadenza prestabilita e continuativa.

In questo scenario, riaprire gli istituti superiori ed universitari per assicurare sulla carta un mese di presenza, addirittura arrivando al 100% dei frequentanti, probabilmente risponde a logiche politiche ma si rivela, ancora una volta, del tutto azzardato e sconclusionato. Si continua a navigare a vista, mentre sarebbe stato più opportuno e sensato predisporre le condizioni di sicurezza, prima di far ripartire la macchina a pieno regi

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