Covid 19, un anno dopo

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-Perchè è urgente uscire dalle catene del pensiero unico per affronatre la crisi sanitaria e sociale-di Donato D’Aiuto-

Come nella più classica delle partite del “Gioco dell’Oca” sembra che si sia ritornati al punto di partenza.

Un anno fa il nostro Paese stava per scoprire un nuovo volto, dalle strade deserte di città confinate, a soccorritori, addetti alle consegne, cassieri, netturbini, ma anche badanti e insegnanti definiti come “in trincea”, i quali diventeranno eroi, vittime e simbolo di crisi sanitaria allo stesso tempo, per tutta l’opinione pubblica. Ma contemporaneamente si apprestava a tenere chiusa in casa la maggioranza dei cittadini e mettere al riparo l’economia; l’epidemia da Covid-19 stava così per scuotere la gerarchia di quelli che non erano ancora chiamati “lavori essenziali”.

Un anno dopo, il dibattito si è spostato. Il secondo lockdown in ottobre-novembre, che ha lasciato aperte scuole e negozi di alimentari, ha avuto conseguenze economiche meno gravi. Ma la crisi si è trascinata e, dal coprifuoco alla chiusura di interi settori (eventi, ristoranti, bar), una categoria di popolazione è stata sempre più colpita: i 18-25 anni. Studenti privati ​​di lezioni frontali, vita sociale, stage o accesso a lavori occasionali. Una serie di rinunce e privazioni che hanno un impatto sociale ed emotivo a tratti definitivo, che si paventavano necessarie per accelerare un ritorno alla normalità in pochi mesi.

Invece siamo ancora qui.

Il riassunto di questi dodici mesi è tutto nella prima frase di una delle canzoni più amate dell’ultimo Festival di Sanremo, “Mai dire Mai”, del rapper Willie Peyote: questa è l’Italia del futuro, un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”.

Per tanto, troppo tempo il dibattito quotidiano si è allontanato dal focus: l’emergenza sanitaria è tutt’altro che terminata.

Il ritorno alla normalità e la ripartenza piena dell’economia passano entrambi dal superamento dell’attuale emergenza sanitaria. L’unico modo per accelerare l’uscita da questa situazione è la velocizzazione delle vaccinazioni. Il numero di inoculazioni quotidiane è arrivato a 156.419, a fronte delle precedenti 67.753 dosi somministrate ogni giorno fino a qualche settimana fa.

Il cambio di passo è evidente e bisogna riconoscere i meriti del neo-Commissario per l’Emergenza Sanitaria Gen. Francesco Paolo Figliuolo.

Forse ancora non è abbastanza e serviranno sforzi importanti sia da parte di chi amministra e sia da parte di tutti noi cittadini.

Dopo mesi passati a discutere sul termine “congiunti”, sul come compilare le autocertificazioni e sulla distanza da mantenere dal bar per poter bere in tranquillità un caffè, forse finalmente abbiamo capito che vi è un’unica via d’uscita: vaccinare tutti nel minor tempo possibile per mettersi alle spalle l’emergenza sanitaria e investire nel modo giusto i fondi provenienti dal Recovery Fund per cercare di dare linfa al sistema economico e rimettere in moto il Paese.

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