Covid 19. Intervista al paziente n.3 in Campania, tra dolore e paura, ora una nuova vita

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-di Claudia Izzo-

Finito il lockdown si ricomincia a vivere con meno restrizioni. E’ proprio in questo momento che, a detta di virologi, dobbiamo essere cauti, lavare comunque ancora spesso le mani, usare le mascherine e creare distanziamento sociale. In questi momenti in cui, con l’arrivo dell’estate, vorremmo cancellare via il ricordo di questa primavera  2020 che ha causato tanto dolore, paura e sofferenza in tutto  il mondo, dobbiamo essere cauti, anche come forma di  rispetto verso chi ha sofferto e chi non c’è più. C’è ancora da combattere contro questo virus, non possiamo cantare vittoria solo perché l’atmosfera si è fatta estiva e la voglia di essere più spensierati è davvero tanta.

Abbiamo tante responsabilità verso gli altri e verso noi stessi. Passi falsi adesso, vivendo incautamente, annienterebbero mesi di rinunce e sacrifici. Proprio in questo momento storico, le parole del paziente n.3 in Campania, (che indicheremo così per mantenere il suo anonimato) dunque uno dei primi infettati nella nostra regione, devono essere di monito. La fotografia in copertina è ovviamente casuale, un volto che  non corrisponde a  quello del vero paziente n.3.

Non dimentichiamo il dolore provato da chi il Covid 19 l’ha contratto. Il paziente n.3 potevamo essere noi, un nostro amico, un nostro caro che si sarebbe trovato ad essere un anello nella lunghissima catena di diffusione del contagio. Facciamo un passo alla volta. Insieme ne usciremo.

Quando ha avuto inizio questa tua terribile avventura?

Il tutto ha inizio il 28 febbraio, quando ho scoperto di essere positiva al Covid 19. Il giorno prima avevo avuto febbre alta  ed ho deciso di andare al Cotugno a Napoli. I sintomi erano manifesti, ero positiva. Ero il paziente n. 3 in Campania, era l’inizio qui, non si sapevano tante cose, si procedeva a tentoni. Io ero spaventata dalla mancanza di informazione a riguardo. Dovevo combattere una battaglia per cui anche i medici non sapevano bene  quali fossero le armi giuste.

Quali sono stati i  sintomi?

Avevo febbre e difficoltà respiratorie. Avevo contratto il virus. Vivo con il mio compagno che anche lui l’ha contratto ma in modo più lieve. Dal Cotugno mi hanno rimandato a casa con  la terapia che comprendeva antibiotico per dieci giorni e vitamina C. Avvertivo una tremenda fame d’aria. Ci sono state un paio di notti in cui davvero non riuscivo a respirare. Ho temuto di spegnermi così. La lucidità veniva meno per la diminuita ossigenazione. 

A cosa hai pensato in quei momenti?

Mi venivano in mente fotogrammi di tutta la mia vita, il mio compagno,  la mia famiglia, il mio cane, il momento della Laurea. Pensavo a mia madre che non vedevo da una settimana ed io non avevo la forza neanche di fare una video chiamata. Il Martedì Grasso con lei, il suo compagno ed il mio avevamo gustato insieme la lasagna, come tradizione detta. E’ stato un miracolo che non sia stata contagiata, né lei, né il compagno ed ho ringraziato Dio che fosse accaduto a me e non a loro.

A quanti tamponi sei stata sottoposta dall’ASL di Napoli?

Sono stati sei i tamponi in totale fatti sull’uscio di casa. La cosa è stata molto triste perché le persone erano curiose di sapere dove andassero questi uomini vestiti da astronauta, di giallo vestiti da sembrare Omar Simpson. Triste vedere gente adulta rincorrerli per una sorta di caccia all’untore. L’assembramento poi, contro ogni ragionevolezza, si è creato innanzi al portone dello stabile e sono stati contattati il portiere e l’amministratore. E’ stata una caccia al nome. Le informazioni venivano chieste da balcone a balcone.

Le tue sensazioni?

Inizialmente di enorme vergogna. Il passaparola, finire sui giornali, ricevere diffide, essere additata. Intorno, il vuoto. Alcuni amici si sono dimostrati tali, altri, che reputavo tali, si sono sentiti solo spinti dalla loro curiosità, con toni inquisitori indagavano per sapere a quando risalivano i nostri incontri. Chiedere è legittimo, c’è paura e si teme per la propria incolumità. Al tempo stesso, però mi sarei aspettata sostegno, rassicurazione, coccole, mi sarei aspettata di essere avvolta da una sensazione di protezione.Ma così non è stato. 

Ora che puoi uscire e che tutto è passato, cosa pensi?

Vedo in giro tanta disattenzione nei confronti del problema Covid 19. Continuo a sperare che la gente non prenda sotto gamba la possibilità di un contagio. Non è difficile da verificarsi. E chi vive una esperienza simile , se ha la fortuna di poterla raccontare, ne resta comunque segnato. 

Cosa senti di dire direttamente ai nostri lettori?

Se non si vuole avere riguardo per se stessi, lo si abbia per i propri familiari, per le persone care. Bisogna porre in essere tutte le precauzioni possibili, dal frequente lavaggio delle mani, all’utilizzo della mascherina e al distanziamento sociale.

Vuoi dire qualcosa a qualcuno?

L’ultimo pensiero va al mio compagno, a mia mamma ed al suo compagno. A loro due devo la mia sopravvivenza. 

(La foto in copertina è puramente rappresentativa e nulla ha a che vedere con la protagonista dell’intervista. La testata ha inteso porre un viso volto alla  speranza di una rinascita post Covid-19.)

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