Covid-19: “quando ho visto morire altri malati come me ho pensato di non farcela”

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-di Maria Gabriella Alfano- I cinquanta giorni di ospedale di Sergio-

Sergio (nome di fantasia) è un architetto dell’hinterland vesuviano che lavora da sempre  nel settore pubblico. Per quasi due mesi è stato ricoverato nel reparto Covid-19 dell’Ospedale “Mauro Scarlato” di Scafati.

Si è ammalato ai primi di agosto, quando sembrava che la malattia ci avesse concesso una tregua.

Con lui il Coronavirus non ha avuto riguardi. Lo ha colpito con violenza nel corpo e lo ha fiaccato nella psiche. E’ tornato a casa dopo cinquanta giorni di ospedale e due tamponi negativi e ha accettato di raccontare la sua esperienza.

Sergio, immagino che, lavorando a stretto contatto del pubblico, eri  attento a osservare i suggerimenti dei virologi per prevenire l’infezione. Come hai contratto il virus? 

Erano i primi di agosto, ero al lavoro al Comune, in attesa di iniziare il mio periodo di ferie. Sono dirigente dei lavori pubblici e urbanistica. Quel giorno avevamo il rientro pomeridiano e con i miei colleghi ci trattenemmo in ufficio per mangiare insieme un panino. Accanto a me era seduto Luciano, appena rientrato dalla Grecia. Per mangiare ci eravamo tolti la mascherina. Avvertivo il suo alito pesante, ma al momento non ci feci caso. Il giorno dopo -era venerdì- mi chiamò per avvisarmi che non sarebbe venuto in ufficio. Non si sentiva bene. Lunedì, quando tornai al lavoro seppi che era stato ricoverato in ospedale per aver contratto il Coronavirus. Io e i colleghi facemmo subito il tampone, ma l’esito tardava.

Intanto anch’io cominciai a sentirmi poco bene: nausea e disturbi gastrointestinali che non collegai al Covid-19. L’esito del tampone arrivò il 22 agosto. Ero positivo. Intanto mi sentivo sempre peggio e in pochissimo tempo il mio stato di salute si aggravò.

Fu a questo punto che decidesti di andare in Ospedale?

Farmi ricoverare fu una vera odissea. Avevo invano telefonato al mio medico di base, all’ASL, al 118. Mi dicevano che il fatto che riuscivo a parlare con loro era segno che le mie condizioni non erano gravi e che il ricovero non serviva. Invece io mi sentivo sempre peggio. Ho capito che se prendi il Coronavirus ti aggravi nel giro di poche ore.  

Fu solo tramite conoscenze che arrivò a casa un’ équipe medica che, viste le mie condizioni, mi mandò un’ambulanza attrezzata che mi portò all’Ospedale di Scafati. Avevo 39 di febbre, respiravo a fatica. Mi misurarono la saturazione di ossigeno. Era molto bassa, al di sotto di 90.

Come ti hanno curato? Ricordo che già  in agosto solo in casi estremi si intubavano i malati, preferendo  terapie meno invasive.

Infatti. Anch’io non sono stato intubato. Per trenta giorni mi hanno dato l’ossigeno e una terapia antibiotica. La carica virale era molto forte e non riuscivo a uscirne. Non so se sarei sopravvissuto se avessi tardato ad andare in ospedale.

Hai mai pensato di non farcela?

Si, mi è capitato più volte, soprattutto quando vedevo morire altri ammalati come me. Nella mia camera c’era un paziente anziano che era appena ritornato da una vacanza. E’ morto dopo appena due giorni dal ricovero. Non ce l’ha fatta neppure  un  ragazzo di 39 anni. Anche lui era con me.

Com’è stata la tua esperienza in ospedale?

Dopo circa 15 giorni mi sentivo meglio, ma i tamponi continuavano a essere positivi. Non potevo uscire dalla camera. Quando dovevano portarmi in altri reparti per fare le analisi, mi infilavano in un cilindro di plastica morbida. Ho condiviso le tante storie dei malati e ho avuto tanto tempo per riflettere 

Ammiravo il coraggio dei medici e degli infermieri che mi curavano e mi accudivano, rischiando di infettarsi. Io avrei paura di fare il loro lavoro. E’ vero, sono degli eroi.

So che hai moglie e due figli. Qual è stato l’impatto sulla tua famiglia ? 

I miei figli sono stati contagiati da me. Per fortuna hanno contratto il virus in una forma più lieve  e non hanno avuto bisogno di ricovero ospedaliero. Ma tutta la mia famiglia è stata in isolamento per due mesi.

Che cosa è successo ai colleghi di lavoro che erano con te?

Quando seppi che Luciano si era ammalato, compilai immediatamente l’elenco degli altri colleghi che avevano pranzato con noi. Il tampone mostrò che tre di loro avevano contratto il Coronavirus.

Come sarà la tua vita dopo questa esperienza?

 Ho avuto una batosta pesante perché ho percepito la vulnerabilità del mio organismo. Eppure non fumo e pratico regolarmente attività fisica. Ora che dovrò riprendere a lavorare sono preoccupato. Temo che il virus possa nuovamente colpirmi.

I bollettini quotidiani mostrano che purtroppo siamo ben lontani dall’aver scongiurato il pericolo di ammalarci. Hai qualche consiglio per aiutare altri a prevenire l’infezione da Coronavirus?

La mascherina è la cosa più importante perché evita che le goccioline emesse dalla bocca arrivino a che ci sta vicino, come è accaduto a me. Se avessimo indossato la mascherina non mi sarei infettato. So che molti la considerano una seccatura, ma sono l’unica cosa che ci può tutelare. Poi c’è il rispetto del distanziamento fisico che è altrettanto importante. Nel mio caso, i colleghi di lavoro che erano seduti più lontano hanno avuto il Covid-19, ma in una forma più blanda. 

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