Coronavirus e Comunicazione: intervista al Prof. Alfonso Amendola

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La Comunicazione al tempo del Coronavirus- di Claudia Izzo-

Il Covid 19 ha invaso le nostre vite modificandole, cambiando i nostri stili di vita, le abitudini. Ci si ritrova isolati nelle nostre abitazioni dove scopriamo o riscopriamo nuove forme di comunicazione.

Ne parliamo con Alfonso Amendola, sociologo e professore associato di Sociologia dei processi culturali e Internet Studies presso l’Università degli Studi di Salerno, dove è Delegato del Rettore alla “Radio d’Ateneo”.

Nella nostra quarantena per l’emergenza Coronavirus, lontani da parenti e amici, ci sentiamo più vicini grazie ai social che ci aiutano quindi a superare le difficoltà del momento ma ci rendono sempre più schiavi. Cosa è già cambiato nel nostro modo d comunicare?

È cambiata sicuramente la “percezione” dei social. Per lungo, troppo tempo visti o con ostilità o con indifferenza. Con la tragedia Covid-19 siamo “precipitati” in un loop di social e connessione 24 ore su 24. Un po’ ci schiavizzano, è vero. Ma sicuramente ci aiutano. Ci aiutano nel lavoro, nella dimensione dialettica e relazionale. E anche la dimensione affettiva è giocoforza costruita nelle maglie complesse del social. Certo la strada è inesorabilmente lunga e irta di difficoltà e fraintesi. Ma dobbiamo ancora una volta far di necessità virtù. E quindi guardiamo con entusiasmo misto ad intelligenza e sensibilità questo massiccio ingresso nella social network society.

-Anche le pubblicità televisive, istituzionali e commerciali, in questo periodo sono cambiate. Quanto hanno influenzato l’accettazione della pandemia da parte della popolazione?

Devo dire che anche la comunicazione cosiddetta “mainstream” sta mostrando un passo diverso. Più sensibile ed innovativo. E trovo, in particolare, che l’impegno della Televisione pubblica (come si diceva un tempo) è in questo periodo molto attenta a dare un’informazione asciutta, rigorosa e senza troppa spettacolarizzazione. E sicuro ha contribuito a dare una lucidità d’informazione alla popolazione tutta.

-Scuole e università chiuse, anche la didattica corre sul filo invisibile del web. Allo stesso modo stiamo scoprendo lo smartworking. Ritiene che questa applicazione del digitale sia un’opportunità che anche in futuro potrà essere utilizzata?

Rispondo in maniera secca ed immediata. SI! Ci sono una marea di cose ancora da fare, capire, mettere a fuoco, potenziare. Servono investimenti e aggiornamenti. Ma la DAD e lo Smartworking sono la scommessa professionale e formativa del futuro.

 -Il comunicatore, oggi più che mai, è chiamato ad una informazione chiara, tempestiva ma soprattutto veritiera. Assistiamo invece al dilagante fenomeno delle fakenews , contagioso  quasi quanto il virus. Si guarirà anche dall’infodemia?

Diciamolo chiaramente se non si struttura un’azione concretamente di controllo (e volendo anche punitiva) del mondo delle fakenews questo cancro della comunicazione continuerà a vivere. Ed è qui il compito di chi si occupa di comunicazione. Essere professionali, rigorosi, studiosi, concreti e seri. La cura è solo nel rigore professionale. 

 -I mezzi tecnologici si sono resi fondamentali persino nei reparti di Terapia Intensiva dove aumentano gli “addii tecnologici” tra chi perde la propria battaglia con il Covid-19 ed i familiari. Le ultime parole e le ultimi immagini viaggiano attraversi schermi. Cosa e pensa?

Da tempo c’è un percorso interno alla sociologia che si occupa di “death studies”. E per quanto l’argomento possa sembrare “strano” o “imbarazzante” noi “apparteniamo alla morte” (direbbe il poeta Totò) ed è quindi inevitabile studiarla. Vivendo una contemporaneità totalmente ipertecnologica e post-digitale è inevitabile che anche la morte diventi una “narrazione” social. Certo è evidente che l’abbraccio finale è insostituibile. Ma in luogo di nulla e della solitudine che vengano decisamente i social.

-“Il problema del futuro è che solitamente arriva prima che noi si sia preparati a riceverlo”  (Arnold H. Glasgow). Post Covid-19, torneremo a comunicare de visu, senza schermi, senza piazze virtuali o la fobia ci porterà a continuare ad essere lontani gli uni dagli altri? Quali scenari comunicativi ci attendono?

Domanda difficilissima. E che solitamente ci porta a rispondere o con un entusiasmo di speranza o con un cinismo di angoscia. Quello che posso dire è che la ripresa sarà lenta. Lentissima! Il dialogo con l’altro sarà difficoltoso. Un’ombra di paura ci abiterà per lungo tempo. E il ripristino della “normalità” sarà graduale. Ma prima o poi la natura umana tornerà a trionfare libera e potente. E torneremo a camminare per strada o in montagna o accanto al mare… Per poi perderci in abbracci e sogni di futuro. Senza mascherine e senza paura.  

 

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