Carte scoperte: il Governo Draghi al via

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-di Pierre De Filippo-

In perfetto timing con quanto ipotizzato, venerdì pomeriggio alle ore 19, Mario Draghi è salito al Quirinale per – come Costituzione sancisce – proporre al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri che avrebbero fatto parte del suo Esecutivo ed attendere possibili rilievi ed indicazioni (ricordiamo tutti il veto posto dal Capo dello Stato nei confronti di Paolo Savona che, nel Conte I, avrebbe dovuto andare al MEF).

Dopo una chiacchierata di circa quarantacinque minuti, il Presidente incaricato ha sciolto la riserva ed ha letto la lista dei nuovi ministri, la composizione del nuovo governo.

23 ministri, di cui 15 politici e 8 tecnici. Le voci di corridoio pomeridiane su questo tema si era spaccate: secondo alcuni, i tecnici sarebbero stati molti di più, secondo altri molti di meno.

È stato raggiunto un compromesso.

È stato raggiunto un compromesso in tutti i sensi: chi si aspettava che Draghi, mai e poi mai, si sarebbe prestato al gioco dei partiti, al proverbiale manuale Cencelli non può non essere rimasto deluso, almeno parzialmente; accanto a tecnici di grande reputazione, una perfetta composizione politica fatta col bilancino: 4 sono i pentastellati, con Di Maio – ormai il De Mita del terzo millennio – che conserva il suo posto alla Farnesina, Patuanelli che va ad occupare l’Agricoltura e i due senza portafoglio, D’Incà e Dadone, rispettivamente ai Rapporti col Parlamento e alle Politiche Giovanili.

3 ministri per PD, Forza Italia e Lega. Per i DEM confermati Lorenzo Guerini alla Difesa e Dario Franceschini alla Cultura mentre fa il suo ingresso il vicesegretario del partito, Andrea Orlando, che va al Lavoro in un momento di estrema delicatezza (cosa farà con il blocco dei licenziamenti?); il redivivo partito di Silvio Berlusconi ottiene tre ministeri senza portafoglio: Renato Brunetta torna alla Pubblica Amministrazione, dove la sua riforma datata 2009 è rimasta una incompiuta, Maria Stella Gelmini si occuperà dei Rapporti con le Regioni e Mara Carfagna del Sud; per la Lega, scontato l’ingresso del draghiano Giancarlo Giorgetti, che va al ministero che, più di tutti, dovrà occuparsi del Recovery Plan, lo Sviluppo Economico, Massimo Garavaglia, al quale è stato affidato il ricostituito ministero con portafoglio per il Turismo (un bel segnale, vista la sofferenza del settore) e Erika Stefani alle Disabilità.

La professoressa Bonetti, Italia Viva, torna alla Famiglia e alle Pari Opportunità e Speranza viene confermato alla Salute.

Otto, come si diceva, i tecnici: la potentina Luciana Lamorgese è confermata al Viminale mentre alla Giustizia va, a furor di popolo, Marta Cartabia, prima donna Presidente della Corte Costituzionale ed allieva del maestro Sabino Cassese.

All’Economia, Daniele Franco – fedelissimo di Draghi – con un passato in Bankitalia e al Tesoro, inviso ai precedenti governi per la sua salvifica pignoleria sui conti pubblici. Uno tosto.

Riproposto lo scorporo tra Istruzione e Università & Ricerca. Al primo va Patrizio Bianchi, docente universitario e politico, che aveva guidato la task force per la riapertura sotto la ministra Azzolina (dalla quale prenderà le distanze, ritenendo il suo lavoro poco considerato), mentre al secondo va la professoressa Maria Cristina Messa, Rettrice della Bicocca fino al 2019.

Ad Enrico Giovannini, tra i più citati negli exit poll, vanno le Infrastrutture e i Trasporti. Ex presidente dell’ISTAT, ministro del Lavoro con Letta, esperto di sviluppo sostenibile, quello di Giovannini è uno dei nomi più autorevoli all’interno di questo governo.

In ultimo, due esperti per due transizioni fondamentali: Vittorio Colao, il padre del piano che avrebbe dovuto fungere da base del Recovery Plan del governo Conte, per la Transizione tecnologica, l’Innovazione e la Digitalizzazione e Roberto Cingolani, un vero scienziato, docente universitario e consulente pubblico, alla Transizione Ecologica (il nuovo nome del ministero dell’Ambiente, che ha inglobato anche alcune competenze dello Sviluppo Economico).

Sottosegretario alla Presidenza sarà Roberto Garofoli, fino ad ora consigliere politico di Sergio Mattarella.

Una valutazione complessiva: ci si poteva aspettare di più? In alcune caselle sì, in altre no.

La composizione è sufficientemente equilibrata? Territorialmente, i 2/3 dei ministri provengono dal Nord e solo 1/3 dal Sud, che di per sé non significa nulla. O forse sì?

Spiace constatare la carenza di donne, soprattutto in luoghi di rilievo: certo la Lamorgese, certo la Cartabia ma, per il resto, molti ministeri senza portafoglio e senza tante responsabilità.

È davvero il governo dei migliori? Non esistono criteri oggettivi. In una repubblica parlamentare, però, la qualità degli Esecutivi non dipende dai nomi ma dalla qualità delle Camere.

Ecco, ora forse abbiamo capito perché è così importante votare bene.

Fotografia:“Palazzo Chigi” by Simone Ramella is licensed under CC BY 2.0

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