Bella Ciao, canzone di libertà e di vicinanza

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-di Nicola Olivieri-

Che strano 25 aprile festeggiamo oggi. Chi avrebbe mai detto, neanche mai immaginato, che la Festa della Liberazione, e aggiungo senza alcuna retorica, della memoria di quegli anni di cui ci liberammo, sarebbe stata festeggiata non già con lunghi cortei e manifestazioni in tutta Italia, ma semplicemente cantando con una canzone dai balconi. E sì perché oggi alle 15, organizzata da Anpi – Associazione Nazionale Partigiani d’Italia – siamo tutti inviati ad affacciarci e a partecipare cantando a squarcia gola Bella Ciao, ed è proprio sulla canzone che vorrei spendere due parole di riflessione.

Quando si pensa alla musica Pop non possiamo esimerci dall’immaginare una canzone facile all’ascolto, trasmessa da molte stazioni radio e canticchiata da piccoli e grandi. A rifletterci sembra proprio di aver appena descritto Bella Ciao, la canzone popolare e la più pop di tutte in questo periodo buio.

Artisti italiani e internazionali, recentemente anche Tom Waits, l’hanno interpretata, per non parlare del cinema e delle serie TV che l’anno utilizzata contribuendo non poco ad aumentare, oserei dire a dismisura, la popolarità del brano. Meravigliosa è la reinterpretazione proposta nella serie spagnola di grandissimo successo La Casa di Carta.

Ripercorriamo brevemente la storia di questa canzone, che la stragrande maggioranza delle persone associa alla Resistenza Italiana, la guerra patriottica di liberazione nazionale, che coinvolse ed unì molte persone, anche quelle con orientamenti politici molto diversi tra loro, e per questo ebbe una marcata caratteristica di sollevazione popolare.

In realtà gli storici hanno incontrato un bel po’ di difficoltà per arrivare ad una conclusione certa e nessuno ci è riuscito. Chi dice che ha origini dalmate, chi nei canti di lavoro delle mondine, altri “sentono” nella sua melodia influenze Yiddish. Molto efficace la definizione di Carlo Pestelli, autore del libro Bella Ciao, la canzone della libertà, la definisce “una canzone gomitolo in cui si intrecciano molti fili di vario colore”.

In ogni caso sembra che l’incisione più antica del brano, su 78 giri, risalga al 1919 ad opera del fisarmonicista Mishka Ziganoff e considerato che Ziganoff suonava il Kezmer, un genere musicale suonato dalla comunità Yiddish, l’attribuzione delle origini dalmate potrebbe essere molto plausibile.

Ma fu veramente la canzone dei partigiani? Ci sono ancora troppi dubbi anche su questo fronte. Basti pensare che della canzone non si trova traccia in nessuna delle raccolte dedicate ai canti partigiani.  Bisogna attendere il 1953 per vedere la prima pubblicazione del testo della canzone sulla rivista La Lapa curata da Alberto Mario Cirese

Comunque qualunque sia l’origine di Bella Ciao resta il fatto che quella canzone è diventata la canzone della libertà per eccellenza e sinceramente a noi questo basta per poterla cantare a squarcia gola il 25 Aprile.

Oggi più che mai questa canzone unisce e ci fa sentire liberi e più vicini emotivamente… visto che fisicamente siamo costretti a rispettare la distanza sociale che al momento è l’arma più efficace contro il maledetto virus.

«Una mattina mi sono svegliato
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
una mattina mi son svegliato
ed ho trovato l’invasor.

O partigiano portami via
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.

E seppellire la su in montagna
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
e seppellire la su in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

Tutte le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
e le genti che passeranno
mi diranno che bel fior.

E questo è il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao, ciao, ciao
e questo è il fiore del partigiano
morto per la libertà.»

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