Arriva l’obbligo vaccinale

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di Pierre De Filippo

È da mesi che se ne discuteva e in una fredda serata invernale è arrivato, l’obbligo vaccinale di cui tanto si parla. Primo paese ad imporlo, ci ha tenuto a precisarlo nell’improvvisata conferenza stampa in strada Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione.

In tre righi abbiamo già toccato tre temi importanti: primo paese ad imporlo, conferenza in strada, questione smart working per le PA: andiamo con ordine.

Era atteso un po’ da tutti il Consiglio dei Ministri del 5 gennaio perché si sapeva sarebbe stato quello dal quale sarebbero venute fuori novità su vaccini, tamponi, green pass, scuola e lavoro. E, dopo un’estenuante attesa, le porte di Palazzo Chigi si sono finalmente aperte.

A uscirne tre uomini stremati: Roberto Speranza, Renato Brunetta e Patrizio Bianchi, col viso butterato da sudore e mascherine.

Il Consiglio, hanno detto con chiarezza, ha deciso di imporre l’obbliga vaccinale per tutti gli italiani over 50 ancora senza dose e, quindi, ormai tranquillamente ascrivibili alla categoria dei No-Vax: circa 2 milioni.

Le regole non sono chiarissime e le date si affastellano: sanzione di 100€ per chi verrà trovato – non si capisce bene dove, quando, controllato da chi – senza green pass alla data del 1° febbraio; entro il 31 gennaio, probabilmente, i recalcitranti saranno chiamati a fare la prima dose per poter ottenere, entro la data del 15 febbraio, il #supergreenpass, senza il quale non sarà possibile lavorare. Le multe oscilleranno da 100 a 1.500€.

È, allora, necessario fare astrazione da questi meccanismi contingenti – che vedranno susseguirsi ulteriori decreti, linee guida e chiarimenti nei prossimi giorni – e cercare di comprendere perlomeno il quadro generale, il contesto.

Si sarebbe dovuto procedere con l’obbligo da prima? Il governo è in ritardo? Ciascuno potrà pensarla come crede, mi limito solo a fornire due dati indicativi: il primo, possiamo contare su un tasso di vaccinati ben oltre la media (circa il 90%); due, potevamo contare – almeno fino ad una settimana fa – su una crescita della contagiosità ben inferiore alla media.

E se a questo aggiungiamo che l’obbligo vaccinale sarà di difficile verifica e che siamo i primi in Occidente ad imporlo, forse comprendiamo il perché questo strumento sia stato considerato extrema ratio.

Sarebbe stata necessaria una conferenza stampa che spiegasse i contenuti del decreto in luogo di una arraffazzonata conferenza, al freddo e al gelo, di tre poveri cristi? Sono sicuro di sì ma non è detto che non ci sia nei prossimi giorni. Mai come in questo caso, rispetto ad un provvedimento così drastico e radicale, v’è necessità di comprenderne i contorni, gli aspetti essenziali.

La comunicazione è essenziale sempre, tanto più in un periodo caotico come quello che stiamo vivendo.

Scuola e smart working. Rispetto al primo tema, le “geometrie variabili” del ministro Bianchi sono certamente il frutto della recrudescenza dei contagi ma davvero occorrerebbe un impegno solenne a non chiudere più le scuole. E questo non perché si vuole ragionare in termini ideologici, per carità, ma perché bisognerebbe aver trovato, dopo due anni, le giuste contromisure per garantire all’istruzione di non bloccarsi, salvo casi di importante gravità.

Per le università, invece, mi sia consentito un ragionamento: tutte, tutte dovrebbero consentire – attraverso strumenti tecnologici che, nell’epoca dell’intelligenza artificiale, certamente non mancano – lezioni in differita. Ci sono studenti-lavoratori, borse di studio parche, pochi alloggi ed ancora oggi, in talune circostanze, si pretende la presenza dello studente. Più per gonfiare l’ego di qualche prof, spaventato di trovarsi davanti al vuoto, che per reali motivi didattici.

In ultimo, lo smart working.

Il ministro Brunetta ha lanciato i propri strali nei confronti di quei gran vagabondi degli impiegati pubblici – spesso si è avuto questo sospetto, per usare un eufemismo – ma, a sessant’anni dalla distinzione operata da Giovanni XXIII, dovremmo sapere scindere l’errore dall’errante.

L’errore, in questo caso, è quello di ritenere lo smart working una misura emergenziale, destinata ad un progressivo ritiro nel momento in cui, speriamo presto, tutto tornerà alla normalità, una misura rispetto alla quale è importante mettere le mani avanti: non abituatevi, la pacchia finirà.

Bisognerebbe invece sfruttare appieno le potenzialità di questo strumento, per decongestionare le nostre città, per ridurre l’inquinamento, per evitare inutili stress e perdite di tempo.

 

Perché dobbiamo essere pratici, non ideologici. E dobbiamo fare quello che possiamo, non quello che vogliamo.

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