Ancora sei mesi di poteri straordinari a Giuseppe Conte?

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di Luigi Gravagnuolo

L’ultima viene dall’Umbria, dalla Sardegna e dalle Marche, i cui presidenti hanno firmato ordinanze che hanno dato il via libera ai cacciatori residenti nelle rispettive regioni, in questo weekend, alle battute venatorie anche oltre i confini comunali. Ciò nonostante i decreti nazionali che vietavano gli spostamenti fuori dal proprio comune in tutta Italia!

Il caos di ordini e contrordini, i conflitti di competenza tra i vari livelli istituzionali, la palese impreparazione del nostro sistema sanitario nazionale, specie nella prima fase della pandemia, resteranno a lungo nella memoria degli Italiani. Difficile desiderare il loro protrarsi nel tempo.

Ed invece a livello nazionale il governo si orienta a prorogare di ulteriori sei mesi lo stato di emergenza dichiarato lo scorso 31 gennaio 2020. Non gli sarà facile. Nessuno tra le opposizioni parlamentari e quelle sociali si fida o è disponibile a consentire al premier Giuseppe Conte di continuare per altri sei mesi a emanare i suoi ormai mitici DPCM bypassando le ordinarie procedure parlamentari. Certamente si svilupperà una opposizione energica a tale proroga, tanto più che sotto il profilo costituzionale non ne è affatto scontata la legittimità.

I nostri padri costituenti – alla luce della vicenda italiana e tedesca, in cui le rispettive dittature fascista e nazista si erano imposte sotto forma di governi d’emergenza finalizzati a fronteggiare lo stato di eccezionale disordine civile e sociale con annesse violenze – decisero di escludere dal nostro testo costituzionale la possibilità di proclamare lo stato di eccezione, salvo che in caso di guerra (art. 78). Decisero in questo senso perché preoccupati che in futuro qualcun altro potesse essere tentato di approfittare dello stato di eccezione per fini estrinseci allo scopo puntuale.

È stato poi a seguito dei frequenti cataclismi naturali che si sono ripetuti nel nostro Paese, in particolare dopo il sisma del novembre ‘80, che il legislatore si è determinato a colmare questa lacuna con la legge 225 del 1992, istitutiva della Protezione Civile Nazionale. Quella legge concedeva al Governo di poter dichiarare lo stato di emergenza nazionale della durata massima di sei mesi, prorogabile per altri sei mesi. Infine tre anni fa, con D.Lgs n.1 del 2 gennaio 2018, Codice della Protezione Civile, art. 24, c. 3, la durata dello stato di eccezione è stata portata a massimo dodici mesi + dodici.

L’attuale stato di eccezione è stato dichiarato lo scorso 31 gennaio 2020, e la legge come si è visto consentirebbe la nuova proroga di cui si parla, ma è evidente che la forzatura rispetto alla cautela del costituente deve essere ampliamente motivata. Certo, il protrarsi della pandemia è una motivazione più che valida, attenzione però, l’opinione pubblica sarebbe ben pronta ad accettare altri sei mesi di poteri straordinari al capo del governo, purché avesse fiducia delle sue capacità di gestione dell’emergenza.

Non è così- e torniamo all’incipit – questa gestione è improntata a confusione, contraddittorietà, incapacità di coordinamento, litigiosità interna al governo e tra governo nazionale e governi regionali. Si può continuare a concedere poteri eccezionali ad un governo del genere?

Oddio, non è che il governo finora abbia fatto solo male, qualcosa di buono lo ha pur fatto. Ma l’impressione è quella di una squadra del governo simile a quelle squadre di calcio che non hanno un’idea di gioco, hanno lo spogliatoio spaccato e l’allenatore che non riesce a farsi seguire dai giocatori. Sono squadre che riescono ogni tanto a vincere qualche partita, grazie alle giocate dei singoli calciatori, ma alla fine nei campionati non vincono niente. Galleggiano a centro classifica e tirano a campare. Se però una società sportiva è ambiziosa, a un certo punto cambia l’allenatore e buona parte dei giocatori.

Fuor di metafora, può l’Italia tenersi questa squadra di governo e questo premier? Temo di no.

Se proroga deve esserci, si cambino prima l’allenatore e buona parte della rosa della squadra del governo. E non è che non ci siano alternative. L’Italia non è priva di personalità competenti, autorevoli e dotate di visione strategica. È l’ora che scendano in campo.

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