A noi prescrisse il Fato…

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-di Giuseppe Esposito-

Ottobre volge alla fine e si avvicina la ricorrenza del giorno dei morti  la Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum della Chiesa. Quest’anno vi è, oltre alla consueta nota di tristezza, una sfumatura grigia più marcata, a causa della irrefrenabile pandemia che imperversa, praticamente dell’inizio di questo infausto 2020, un anno che resterà negli annali come uno dei più funesti nella storia del genere umano.

In questo avvicinarsi alla data del 2 novembre, in un napoletano che vive lontano dalla sua città, non può non evocare le parole di Antonio De Curtis, nella sua poesia “’A livella”. Un Totò che non suscita il riso, questa volta, ma solo una riflessione sulla vanità e sulla fragilità dell’essere umano, un Totò che manca da ben 63 anni e che è ancora presente nella nostra memoria come se fosse mancato appena ieri. Per questo motivo, la mattina al buio del mio studio, dopo la consueta levata antelucana, mi ritrovo a mormorare a fior di labbra i primi versi di quello che fu definito il principe della risata:

Ogni anno in questa triste ricorrenza c’è l’usanza

Per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno l’adda fa chesta crianza;

ognuno adda tené chistu pensiero.

Eppure, sebbene apprezzi la sensibilità dell’indimenticato attore, lo contraddico. Infatti sono anni che al cimitero non ci vado. Del resto vivo altrove ed i miei morti sono sparsi tra i vari cimiteri di Napoli, il Pianto, il Nuovo, il Nuovissimo e da ultima, non da molto, mia madre riposa in quello di Pozzuoli. Nei fine settimana ho sempre evitato, a causa della ressa,  negli altri giorni sono sempre preso da altre faccende che distraggono ed assorbono il mio tempo.

Ma forse, questa non è che una scusa. Forse il motivo vero è che, vivendo ormai altrove i miei figli, al cimitero mi toccherebbe andarci da solo e l’idea mi infonde una malinconia paralizzante.

Tuttavia, quando mia moglie mi chiede di accompagnarla in quello di Salerno, non so sottrarmi, rifiutare mi sembrerebbe uno sgarbo inopportuno ed un’offesa ai suoi sentimenti ed al rispetto delle sue memorie più intime.

Accade così che talvolta ci dirigiamo verso Brignano, dove è situato il cimitero di Salerno. L’ultima volta che mi è capitato, trovammo tutti i fiorai chiusi. Eravamo capitati nel loro giorno settimanale di chiusura. Tuttavia, una delle botteghe era aperta e lì mia moglie fece i suoi acquisti.

Varcati i cancelli e raggiunta la tomba, mentre mia moglie accudiva al cambio dei fiori ormai secchi con quelli freschi, presi ad aggirarmi per i vialetti sempre più stretti a causa del proliferare di nuove sepolture. Tutte di mamo lucidato a specchio, dei colori più diversi dal bianco al nero, al grigio ed allo striato.

Dalle lapidi volti sorridenti mi guardavano con i vestiti della festa, in fotografie scattate in giorni felici ed i loro colori vivaci stridevano con la malinconia del luogo. Quanto diverse dalle vecchie foto in bianco e nero! Ma di vecchie tombe ne son rimaste poche e tra quelle poche, ecco che mi imbattei in una di esse, sola superstite di un’altra epoca. Il marmo un tempo candido era diventato grigio e poroso, annerito dal dilavare della pioggia e dalla polvere intrappolata nella rugosità delle superfici. Non un fiore ed i vasi ad essi destinati divelti e asportati.

Sul fronte, a forma di piccolo tempietto, con due sottili colonnine cilindriche, due vecchie foto su ovali in ceramica, stinte dal tempo. A sinistra un viso d’uomo, ancora giovane, capelli ed occhi nerissimi, in divisa da fantaccino della Prima Guerra Mondiale. A destra un volto di donna matura, i capelli ricci che si indovinavano ingrigiti ed il viso rugoso. Le date di morte differivano di quasi cinquant’anni. Anni di vedovanza e di solitudine che avevano lasciato un’espressione di triste rassegnazione sul volto della donna.

Per vincere la malinconia volsi lo sguardo al paesaggio circostante. A destra un colle dal versante, ricco di verde ed in quel verde una netta ferita, che andava dalla base fin sulla cima ed in quel geometrico solco tra le chiome degli alberi, una serie ben ritmata di tralicci di un elettrodotto. Appena un po’ più a sinistra si intravedeva la rampa elicoidale in cemento che mena all’entrata dell’ex sanatorio, costruito negli anni Trenta, sul colle de La Mennola. Più al centro una fuga di due campanili, quello della chiesa madre e quello dei Salesiani che dista poche decine di metri dal terrazzo di casa mia. La serenità di quel paesaggio leniva un po’ la tristezza di quella tomba negletta.

Ma poi posai gli occhi di nuovo sul quel sepolcro di marmo corroso dal tempo e dall’abbandono e repentinamente mi venne da riflettere sulla mia condizione. Lontano dalla mia città, i figli lontani, ecco mi dissi, quanto ha forse in serbo per il futuro.

E la cupa malinconia trovò, nella memoria le parole del Foscolo, rivolete alla sua Zacinto:

 A noi prescrisse il fato …

Ma più non andai avanti, a causa di un groppo alla gola. Per fortuna la voce di mia moglie mi riportò al presente:

“Andiamo? Io ho terminato.”

Per fortuna andai a riprendere l’automobile al parcheggio e mi lasciai alle spalle il mesto luogo delle memorie perdute.

 

Fotografia di copertina dell’arch. Daniele Magliano

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