A Mosca il Giorno della Vittoria foriero di tristi presagi.

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di Giuseppe Esposito-

Il 9 maggio potrebbe essere una data utile per celebrare una ricorrenza in un’Europa unita.

Infatti la sera dell’8 maggio del 1945, il feldmaresciallo von Keitel firmò la capitolazione del Terzo Reich nelle mani del generale Zhukov, comandante dell’Armata Rossa. Era la vittoria finale degli alleati contro il nazifascismo.

Per questo motivo in quella data i sovietici presero a celebrare la vittoria in quella che essi definivano la “Grande Guerra patriottica”

La prima volta avvenne nel giugno del 1945 e sulla piazza Rossa sfilarono i reduci del fronte europeo. L’Unione Sovietica celebrava il suo ruolo nella sconfitta del nazismo e ricordava i 28 milioni di morti che era stato il pesante tributo di sangue pagato per quella vittoria.

Ma affinché la data fosse elevata a festa nazionale, bisognò attendere il 1965 e la celebrazione assunse i toni trionfali e la coreografia tipica del regime sovietico. Sulle strade della capitale sfilava il meglio delle truppe e dell’arsenale militare, con i mezzi più potenti disponibili, carri, aerei e missili.

Dopo la dissoluzione dell’URSS, la data finì in secondo piano, sebbene in tutte le ex repubbliche sovietiche, in Lituania, in Estonia e persino in Bulgaria è ancora celebrata.

In Russia la ricorrenza è stata ripristinata nel 2006 da Putin. Ma il suo scopo non è più tanto quello di celebrare la vittoria sul nazifascismo, quanto quello di stimolare l’orgoglio nazionalista russo.

Quella di quest’anno doveva poi essere, nelle intenzioni dell’autocrate, quello di affermare ancora più perentoriamente l’aspirazione di riportare la Russia agli antichi fasti. La volontà di Putin è quella di riportare la sua Russia al ruolo di grande potenza, sullo scacchiere internazionale, quel ruolo cui l’Unione Sovietica dovette abdicare alla fine della Guerra Fredda.

Ma l’obbiettivo di Putin non è ben visto dagli americani i quali, con la fine della Guerra Fredda avevano pensato di essersi liberati per sempre dal vecchio antagonista che aveva tenuto loro testa per più di mezzo secolo e, venendo anche meno agli accordi presi con l’ultimo presidente sovietico Gorbaciov, hanno fatto di tutto per spingere la nuova Russia verso un ruolo marginale. Hanno accolto nella Nato la quasi totalità dei Paesi del vecchio Patto di Varsavia giungendo a minacciare i russi fin sul loro confine di casa. Infine, quando anche l’Ucraina stava per entrare nell’alleanza, Putin è caduto nella trappola ed ha sferrato il suo attacco.

Nelle sue intenzioni, con la parata del 9 maggio di quest’anno, avrebbe potuto festeggiare la vittoria in quella che egli aveva denominato Operazione Militare Speciale, ossia l’invasione dell’Ucraina ed il rovesciamento del governo Zelenski,j sostituito da un esecutivo più favorevole alla Russia. Purtroppo per lui, le cose sul campo di battaglia si sono svolte in maniera imprevista e certo non secondo i suoi piani. Le sue forze armate sono impantanate in un conflitto che rischia di durare a lungo, con la resistenza ucraina sostenuta ed armata dagli americani e dai loro alleati.

L’idea di Putin era quella di esibire quest’anno una coreografia ancor più imponente a sigillo della presunta vittoria in Ucraina. Sulla Piazza Rossa erano previste 33 colonne di truppe, di cadetti e di addetti alle agenzia di sicurezza. La colonna meccanizzata avrebbe dovuto esibire 131 mezzi tra tanks e sistemi missilistici, mentre nel cielo avrebbero dovuto sfrecciare ben 77 velivoli tra elicotteri, bombardieri e caccia. Il sigillo definitivo doveva essere posto da una squadriglia di otto caccia che nel cielo avrebbero disegnato la Z simbolo della vittoria nella guerra in Ucraina.

In passato, ospiti nella tribuna d’onore al centro della piazza simbolo della Russia, erano  i rappresentanti dei principali pesi del mondo.

Quest’anno invece ad assistere alla sfilata c’era solo Putin circondato dai suoi generali e dai suoi oligarchi. Nessun ospite straniero. Ma la cosa più significativa è stata l’assenza dell’aeronautica, pesantemente impegnata nella guerra ucraina.

Il tono minore in cui si è svolta la parata, contrariamente alle speranze, ci appare come un sinistro presagio, per il dittatore, ma anche per il mondo intero.  Non sappiamo quanto la delusione per la mancata vittoria possa spingere l’uomo a decisioni assai pericolose.

D’altro canto, nemmeno a Washington pare che il buon senso abbia cittadinanza e un grigio presidente Biden pare voglia spingere per una guerra di lunga durata, avente lo scopo di abbattere l’odiato nemico.

Nessuna voce si leva in favore della pace. Solo una ven ’è, la vox clamantis in deserto di Papa Francesco che ha definito pazzi tutti coloro che vogliono risolvere la controversia con la forza delle armi. Tutti gli altri sembrano essere presi da una mania bellicistica quale mai prima si era vista.

L’Europa si ritrova nel mezzo, incapace di assumere il ruolo che le competerebbe, in questa tragedia annunciata che sta per andare in scena sul palcoscenico del mondo.

Che dire? Solo: “DEUS NOS ADVERTAT”.

 

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