9 Novembre 1989-2019: 30 anni dopo il Berliner Mauer

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“No more wars. No more walls. A united world”- di Claudia Izzo-

E’ questa una delle tante scritte che campeggiava sul Muro di Berlino vicino alla East Side Gallery. “Niente più guerre. Niente più muri. Un mondo unito.” Poche parole per una preghiera di pace rivolta al mondo intero.

Oggi, 9 novembre, come ogni anno, il Parlamento Italiano celebra “Il Giorno della Libertà”. 30 anni dopo tanti altri muri sono stati eretti, fisici e virtuali. Altre guerre sconvolgono le pagine di cronaca e le coscienze. Ma la storia non doveva essere maestra di vita? E’ questo che sgomenta. E’ questo il terrore: la possibilità di ripetere gli stessi errori. La possibilità di essere fagocitati nel vortice dell’odio e dell’intolleranza.

Facciamo un passo indietro. Alla fine della Seconda guerra Mondiale Berlino era divisa in quattro settori controllati da Stati Uniti d’America, Francia, Regno Unito, URSS. Con la tensione salita alle stelle durante la Guerra Fredda, i Sovietici i diedero vita al Blocco di Berlino a cui gli alleati risposero con un ponte aereo.

1952:  il confine Est-Ovest era chiuso ovunque eccetto che a Berlino. Di qui, l’esodo che vide migliaia di cittadini abbandonare la Germania Est per quella Ovest. Ne seguì un indebolimento di forza lavoro della parte ad Est che lasciava presagire un collasso economico. Una vera minaccia assurda per l’integrità della zona comunista a cui si doveva porre subito rimedio. Il rimedio sembrò essere un anello di ferro a chiudere Berlino Ovest e nel 1961 la  barriera di filo spinato a dividere in due la città, che si risvegliò cambiata per sempre.

La stampa di regime non lasciò trapelare nulla.

Dal filo spinato al muro, il passo fu breve e la Storia cambiò: 45 mila blocchi di cemento armato, muri altri 3 metri e 60, la città è tagliata in due, da un lato il Comunismo, dal’altro la Democrazia. Il muro non era solo un muro, ma un complesso sistema di recinzione innalzato proprio innanzi alla Porta di Brandeburgo, quella porta eretta nel 1791, la cui quadriga fu trasportata a Parigi da Napoleone I come bottino di guerra e riportata indietro dai Prussiani nel 1814 con l’aggiunta della corona. Il Muro accanto alla Porta aveva una recinzione elettrificata con allarmi silenziosi che attivavano punti di osservazione, punte di acciaio di 14 centimetri nel terreno, il cosiddetto “prato di Stalin”. Cinque metri oltre il muro, reti elettrificate di avvistamento, fili metallici che se toccati attivavano bengala gialli. Qui si sparava  a vista. Ed ancora, mine antiuomo, fili ad inciampo, bengala rossi per segnalare i fuggiaschi e 60 mila fucili automatici che sparavano all’impazzata, l’ultimo congegno mortale. 1378 chilometri di prigione che dividevano 192 strade, 32 linee dei tram, 8 linee della metropolitana, 3 autostrade, fiumi e laghi. Tutto intorno furono demolite le strutture affinché si creasse una “zona morta” vigilata a colpi di mitragliatrice dalle guardie della Germania dell’Est.

Fu nel 1963 che J.F. Kennedy pronunciò le parole “Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire Civis Romanus sum. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire ‘Ich bin ein Berliner.’ Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole ‘Ich bin ein Berliner!‘». Il discorso si tenne nella Rudolph Wilde Platz, in occasione della sua visita alla città, un messaggio di sfida per i sovietici, chiara dichiarazione della politica statunitense in risposta alla costruzione del Muro.

A differenza delle parole di qualche tempo fa pronunciate da Trump, che ha parlato dei millenari rapporti tra Stati uniti e l’Antica Roma, dimostrando enormi lacune storico-culturali, Kennedy conosceva la grandezza di Roma e, in quel determinato momento storico, tendeva una mano ai berlinesi.

Era il 1963: il muro ha continuato a vivere per altri 26 anni, il presidente statunitense morì assassinato cinque mesi dopo. Durato 28 anni, il Muro di Berlino resta una delle rappresentazioni fisiche più agghiaccianti della Cortina di Ferro che divise l’Europa in due, durante la Guerra Fredda. Anni di tensioni e di scelte difficili. “Meglio un muro che una guerra” furono le parole di J.F. Kennedy. Poi il Governo Tedesco orientale si vide costretto a decretare la riapertura delle frontiere. Sorto in una notte, in una notte il muro della vergogna iniziò a crollare, con i suoi lutti ed il dolore di quasi 30 anni.

Oggi nella zona di centrale di Berlino continuano ad esistere 70 metri in cui tutto è rimasto come allora. A Bernauer Strasse vi sono ancora due muri separati da una striscia di sabbia, la striscia della morte, lì dove la Polizia sparava a vista sui fuggitivi che cercavano di raggiungere la parte Ovest. Nasce così il Memoriale del Muro con pannelli espositivi, per ricordare al mondo l’orrore vissuto, per ricordare a tutti l’importanza del Ricordo e la Porta di Brandeburgo che ha visto orrori e ingiustizie è diventato il simbolo della Repubblica Democratica Tedesca.

 

 

 

 

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