25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne: intervista allo psichiatra Walter Di Munzio

0
137

Il 25 Novembre è la  Giornata contro la violenza sulle donne. Soltanto nel 2021 sono stati commessi 109 femminicidi, anche in questi ultimi giorni l’efferatezza non si arresta.

La ricorrenza voluta negli Stati Uniti che l’ha istituzionalizzata nel 1999, si basa sull’ Articolo 1 della Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne del 1993 che ricorda trattarsi di “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata”

Ne parliamo con il dr Walter di Munzio, psichiatra, Direttore scientifico Fondazione CeRPS, Centro Ricerche sulla Psichiatria e le Scienze Umane.

Cosa spinge un uomo a voler eliminare fisicamente la propria donna quando lei cerca di mettere fine alla storia?

L’onnipotenza maschile. Naturalmente si tratta di un sentimento sovrastrutturale di tipo culturale, propria ancor oggi di alcuni maschi della specie umana. Questo deriva da un vissuto di proprietà verso la donna, che viene vista come “propria, che gli appartiene”. È, naturalmente, una sovrastruttura assolutamente infondata, ma figlia di una lunga era di condizionamenti, spesso inculcati dalle stesse famiglie ai figli maschi.

Si badi bene, quando mi riferisco alle famiglie, parlo anche della componente materna, quindi femminile. A questo atteggiamento si aggiungeva un tempo un’antica disposizione alla remissività presente fortemente, e per gli stessi motivi, in alcune donne. Entrambi questi atteggiamenti sono figli della stessa cultura e influenza socioculturale che ha condizionato la famiglia, e l’intera società, da tempo dominate dalle figure maschili. Ciò è andato avanti per molti secoli, fino alla rivoluzione culturale del ’68, che ha registrato l’avvio di un movimento di liberazione delle donne, assieme ad un radicale cambiamento dei costumi. Naturalmente quegli anni hanno segnato solo l’inizio di un cambiamento che è ancora oggi in corso. A questa rivoluzione dei costumi e dei rapporti si è associata una profonda crisi del ruolo maschile, vissuto con sempre maggiore difficoltà. Ciò ha determinato a volte, e soprattutto negli individui più fragili e ignoranti, una risposta violenta ad ogni azione di emancipazione femminile, fino ad arrivare ad aggredire con violenza la donna che si ribella al suo dominio. Un atto, quello, che sancisce e rivela sia una crisi di ruolo, che un sentimento di confusione che si associa alla difficoltà di ridefinire la propria collocazione nel mondo ed all’interno di un sistema di relazioni che non li vede più al centro della rete dei rapporti familiari e sociali.

Cosa fare quando inizia a manifestarsi la violenza in una coppia e non basta andar via, spesso non basta neanche denunciare?

Credo che bisogni innanzitutto denunciare, ma ho sempre creduto che si debba anche prendere in carico, dal punto di vista medico-psicologico, la donna vittima di violenza, per avviare con lei un lavoro serio di rafforzamento della struttura personologica, per aumentare l’autostima, anche perché questa è stata evidentemente minata dagli atti di violenza subiti e, cosa ancor più importante, per aiutarla a superare anche quei terribili sensi di colpa, spesso derivanti dalla distorta percezione di non “fare fino in fondo il proprio dovere”, ossia ciò per cui erano state formate e addestrate fin da bambine. Ma credo anche che bisognerebbe occuparsi (separatamente, preferibilmente) anche dei maschi violenti, fornendo loro, laddove possibile, strumenti che li aiutino a capire gli errori commessi e per aiutarli a ridefinire il loro ruolo e affrontare le loro insicurezze.   

 Come fare a capire subito che tipo di uomo ci troviamo innanzi?

È veramente difficile. Spesso l’approccio cambia repentinamente e persino un uomo che appariva gentile e buono può improvvisamente virare verso comportamenti violenti. Naturalmente ciò è da collocare in una sorta di distorsione della realtà che innesca pensieri patologici di tipo paranoico. E allora un gesto, una parola può essere vissuto come rivelatore di un retropensiero da parte della propria compagna. Ma ciò può accadere solo se già prima era presente, anche se non ancora evidente, un nucleo psicotico nell’uomo in questione. Altre volte ci si trova di fronte a reazioni semplicemente aggressive di un uomo solo e insicuro, che vede crollare tutto il mondo degli affetti e delle sudditanze che credeva di aver costruito attorno a sé. Spesso si accorgono dell’esistenza di questi pericoli le persone che stanno attorno alla donna oggetto di violenza. Queste persone, soprattutto se sono legate alla donna da un rapporto di profondo affetto, distinguono bene gli atti di amore dagli atti di mero possesso. 

La furia omicida coinvolge spesso terze persone, le madri che vengono viste come complici delle figlie nel tentativo di proteggerle o i figli stessi, perché gli uomini sanno di colpire, così, il bene più prezioso di una donna. Come vivere ai giorni nostri una sana relazione e interromperla senza incorrere in tragedie se ci si rende conto che, per mille motivi, non è quella giusta?

La furia omicida è un atto irrazionale oltre ad essere un atto di pura violenza che rasenta per un solo istante la inconsapevolezza. A tale atto può seguire poi un’ulteriore violenza che investe tutti i testimoni del proprio atto. Quindi familiari, figli o altre persone in qualche modo vicine alla donna oggetto di violenza. Spesso capita di incontrare nei nostri ambulatori uomini violenti a loro volta vittime di violenza in età adolescenziale. Naturalmente, nulla giustifica un atto di violenza verso una donna, questa considerazione serve invece a mostrarci la via terapeutica da seguire e ad avvalorare la prassi di prendere in carico non solo la donna vittima di violenza ma anche il maschio che ha agito quella violenza. Un approccio sano alla sessualità ed alla vita di coppia si costruisce con il tempo e con una sana trasmissione valoriale. Quando ciò non accade nelle famiglie, oppure è vanificato da violenze subite, allora possono entrare in gioco i gruppi e le associazioni capaci di surrogare tali carenze. Mi riferisco alle associazioni di genere, culturali e anche politiche, che possono aprire orizzonti nuovi e indicare percorsi e valori a individui fragili, soprattutto rispetto a queste tematiche. Il rapporto tra pari poi è il momento in cui si condividono le esperienze di vita e si acquisiscono comportamenti di rispetto reciproco e formalmente corretti.

Quanto la cultura, l’insoddisfazione, la brama di possesso influenzano il tutto?

Tantissimo. Soprattutto la cultura come abbiamo detto. Il resto è figlio di questo stesso presupposto. La brama di possesso e la insoddisfazione sono figlie della incultura e dell’incertezza dei propri obiettivi di vita, oltre che della sostanziale sfiducia nelle proprie capacità.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui