23 novembre 1980. E la terra tremò

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Storia di un sisma, del dolore e della ricostruzione speculativa- di Claudia Izzo-

Ne “Ho visto morire il Sud”, Alberto Moravia  scrive : “«Ad un tratto la verità brutale ristabilisce il rapporto tra me e la realtà. Quei nidi di vespe sfondati sono case, abitazioni, o meglio lo erano.»

Nessun abitante della Campania, della Basilicata e della Puglia che all’epoca aveva la giusta età per ricordare, dimenticherà mai questa data: 23 novembre 1980. Il giorno di “zio Terry” ricorre ogni anno e molti sono ancora pervasi da un brivido.

E’ questa la data che vide protagonista al Sud un violento sisma che investì la Campania centrale e la Basilicata centro settentrionale, con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo e Conza della Campania. Parliamo di una magnitudo di 6.9, X grado della Scala Mercalli, una devastante forza della natura della durata di un minuto e trenta secondi con una profondità di 30 Km che causò 2914 morti, 8848 feriti, 280.000 sfollati. Dei 687 comuni coinvolti, 542 furono quelli colpiti in Campania, 131 in Basilicata, 14 in Puglia. Una superficie di  17000 chilometri in balia della terra che veniva a mancare sotto i piedi, 6 i milioni di abitanti coinvolti. Un vero disastro. Più di settanta centri  integralmente distrutti e in oltre duecento vi furono consistenti danni al patrimonio edilizio; centinaia gli  opifici produttivi e artigianali  cancellati con perdita di migliaia di posti di lavoro e danni patrimoniali per decine di migliaia di miliardi di lire.

E per quella immane tragedia l’Italia ancora oggi fa i conti con un’accisa di 75 lire (4 centesimi di €) su ogni litro di carburante acquistato, imposta dallo Stato per il finanziamento della ricostruzione dei territori colpiti dal sisma. Sono trascorsi 39 anni ma il ricordo è ancora vivo. 

Inizialmente fu data la notizia di un terremoto in Campania, l’interruzione delle comunicazioni aveva impedito che si diffondesse l’allarme. Fu il giorno dopo che con l’ausilio di un elicottero si capì l’entità della tragedia: i nomi delle località colpite venivano aggiunti alla lista a ritmo incessante. Dolore, terrore, distruzione. Il Mattino di Napoli trasformò i suoi titoli da “Un minuto di terrore- I morti sono centinaia” a  Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti (sono 10.000?) e dei rimasti senza tetto (250.000?) – FATE PRESTO per salvare chi è ancora vivo, per aiutare chi non ha più nulla.

I minuti diventavano preziosi per l’estrazione dei superstiti. Al TG2  Studio Aperto del 25 Novembre,  il Presidente Della Repubblica Sandro Pertini ebbe a dire: «Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti e grida di disperazione dei sepolti vivi». Fu una tristissima storia di ritardi e di inadeguatezza: va ricordato che nonostante il parere contrario del Presidente del Consiglio Forlani e di altri ministri e consiglieri, Pertini si recò in elicottero sui luoghi della tragedia. Di ritorno dall’Irpinia, in un discorso in televisione rivolto agli italiani l’allora Capo dello Stato denunciò con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi, che sarebbero arrivati in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni. Ne seguirono  l’immediata rimozione del Prefetto di Avellino, Attilio Lobefalo e le dimissioni (in seguito respinte) del Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Tanti furono i volontari che si mobilitarono unendosi  in catene umane per salvare il salvabile.

E giunsero i tempi della ricostruzione, della scandalosa ricostruzione del Sud, sicuramente uno dei peggiori esempi di speculazione su una tragedia. Per le inchieste in magistratura furono infatti coniate espressioni quali Irpiniagate e Terremotopoli

Fu questo il momento in cui i fondi furono dirottati verso zone che non ne avevano diritto, una storia di loschi interessi, di politiche camorristiche: i comuni colpiti aventi diritto da 339 divantarono 687.

«L’uso di 50-60mila miliardi stanziati per l’Irpinia rimase un porto delle nebbie […] quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d’Italia, ma addirittura una classe politica», scriveva Indro Montanelli ne “Le stanze”.

Il costo finale per la costruzione lievitò, dodici volte superiore al previsto nell’avellinese, diciassette volte in provincia di Salerno. Nonostante il denaro pubblico versato, la ricostruzione rimase incompleta per decenni. Ancora oggi vi sono due quartieri a Torre Annunziata, dove  pur essendo stati versati 10 milioni di euro e 1,5 milioni di euro, la ricostruzione risulta ancora incompleta e chissà perchè questi luoghi sono divenuti roccaforte della camorra ed una delle più agguerrite piazze di spaccio di droga di tutta la Campania.

Il terremoto dell’  ’80  è divenuto, dunque, al di là del dolore per le vite barbaramente ed assurdamente spezzate, al di là elle  abitazioni distrutte, sinonimo di  ricostruzione lenta e ingessata per fini utilitaristici e camorristici,  sinonimo di rovina per alcuni e di arricchimento per altri. Nell’inchiesta Mani sul territorio, filone di Mani Pulite furono coinvolte ben 87 persone tra cui Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino, Salverino De Vito, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco De Loreno, Giulio Di Donato, il commissario Giuseppe Zamberletti. Vari politici e amministratori andarono incontro a denunce ed arresti.

«In Irpinia la Guardia di Finanza scoprì fienili trasformati in piscine olimpiche mai ultimate, o in ville. Individuò finanziamenti indirizzati a imprenditori plurifalliti e orologi con brillanti regalati con grande prodigalità ai collaudatori dello Stato»; sono queste le parole di Daniele Martini su Panorama del 1992.

Si scoprì poi che ad essere strettamente legata ai fondi per la ricostruzione era la Banca Popolare dell’Irpinia e che tra i soci che ne traevano profitto vi era la famiglia De Mita, con Ciriaco proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. Il processo che seguì si concluse così:  «Secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana». 

Di tutto ciò restano i morti che reclamano giustizia per i superstiti. Storie di potere nell’Italia del Sud dove la politica è andata a braccetto con poteri illeciti perchè anche sul dolore altrui si può mangiare senza ritegno.

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