23 maggio: nel nome di Giovanni Falcone

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-di Claudia Izzo-

L’emergenza Covid-19 non fermerà il ricordo del magistrato Giovanni Falcone. Oggi alle ore 17.58 Palermo e l’Italia tutta metterà lenzuoli ai balconi, comprese le sedi istituzionali, in ricordo del magistrato ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992 insieme a sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo ed ai tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. 

Viste le restrizioni Covid-19, ricordi e spettacoli si spostano in streaming, incontri a distanza che hanno però la stessa capacità di unire. Non ci saranno a Palermo i cortei che ogni anno in questa data popolano le strade della città, né attraccheranno le Navi della Legalità ma, dopo la deposizione dei fiori innanzi alla stele posta sull’autostrada stamane, a ricordo della strage di Cosa Nostra, c’è stata la messa nella chiesa di San Domenico, il Pantheon dei palermitani illustri che accoglie anche le spoglie di Falcone.

Alle 17:58, l’ora della strage, ci sarà un flash mob in tutta Italia con lenzuola bianche esposte ai balconi. Sempre alle 17:58 innanzi all’albero Falcone, posto nella  strada  in cui abitava il giudice con sua moglie, sarà suonato il silenzio, senza la folla che di solito si riunisce qui. Nello stesso momento, nel giardino della caserma Lungaro, sarà collocata la teca di Quarto Savona Quindici con i resti contorti dell’auto della scorta e sarà rappresentata la “Corale del  silenzio” del drammaturgo Vincenzo Pirrotta con la partecipazione di Salvo Ficarra e Valentino Picone, di attori del teatro Biondo e di alcuni musicisti.

La mafia si sconfigge con coraggio  e i lenzuoli saranno ai balconi di tutta Italia,  campagna della società civile lanciata dopo l’attentato del 1992, nata da un impulso della Fondazione Falcone e di #PalermochiamaItalia che hanno scelto uno slogan per riassumere il senso dell’iniziativa: “Il mio balcone è una piazza”.  Questure, Prefetture, Comuni, a Palermo la  di villa Pajno, Palazzo Guli, tutte le strutture avranno un lenzuolo bianco. Il centro Giuseppe Impastato esporrà un lenzuolo anche per i medici e gli infermieri morti mentre fronteggiavano il Covid.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella,  nel saggio rivolto ai giovani delle scuole coinvolti nel progetto “La nave della legalità” :”La mafia si è sempre nutrita di complicità e di paura, prosperando nell’ombra. Le figure di Falcone e Borsellino, come di tanti altri servitori dello Stato caduti nella lotta al crimine organizzato, hanno fatto crescere nella società il senso del dovere e dell’impegno per contrastare la mafia e per far luce sulle sue tenebre, infondendo coraggio, suscitando rigetto e indignazione, provocando volontà di giustizia e di legalità-.

Non nego le strane emozioni provate nel percorrere il tratto di autostrada che porta allo svincolo di Capaci. Chi conosce la zona sa che li, territorio comunale dell’Isola delle Femmine, c’è un mare particolarissimo a cui si accede dopo una spiaggia di struttura rocciosa che porta al mare a mo’ di trampolino. Acque profondissime che hanno visto e sentito fatti inenarrabili. Chissà quante volte lo sguardo del giudice Giovanni Falcone si sarà soffermato sulla bellezza della sua terra.

La stele commemorativa posta lì, sulla A29,  parla di un massacro organizzato in seguito alla sentenza della Cassazione  che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso del 30 gennaio 1992. Nel mirino c’erano Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, dovevano morire a Roma con l’utilizzo  di armi da fuoco. Poi Cosa Nostra, nelle vesti del boss Riina, decise che l’attentato avrebbe dovuto avere come scenario la Trinacria.

Alle  17.58 del 23 maggio 1992 una bomba telecomandata fece esplodere proprio il tratto dell’A29, prima dell’uscita per Capaci, nel territorio  dell’Isola delle donne, mentre transitava il corteo della scorta del giudice con tre Fiat Croma.Quello, era il luogo giusto dell’esecuzione per ottenere una maggiore deflagrazione.  Sul tratto che precedeva il punto dell’esplosione fu collocato un frigorifero e dei segni di vernice rossa,  furono poi tagliati dei rami di alberi che impedivano la visuale dalla collinetta di fronte da cui fu schiacciato il pulsante dell’esplosivo telecomandato.

Giunse la morte. Dalle celle dell’Ucciardone e non solo,  si levò un fragoroso applauso e si festeggiò. Sembrava uno stadio. Brindisi e abbracci. Il nemico numero uno di Cosa Nostra era stato messo a tacere per sempre. Anche per il Generale Dalla Chiesa si fece festa all’Ucciardone. Ancora sembra di udire il pianto disperato sull’alatre della chiesa di san Domenico  della  vedova 22enne dell’uomo di scorta Schifani  «Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato… chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano, loro non vogliono cambiare»…

Il collega Paolo Borsellino, tempo prima si rivolse a Falcone con grande ironia: “Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte. Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello … quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero … ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge.”

Chiusero cinque bocche, ne aprirono cinquantamila.

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