21 Settembre, San Matteo: “Salerno è mia, io la difendo”

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-di Giuseppe Esposito-

La festa di san Matteo è, per consuetudine, a Salerno l’evento che chiude la stagione estiva.

Pur affondando le sue radici nella tradizione religiosa, la sua importanza è grande non solo per la comunità cristiana, ma per la popolazione tutta di Salerno ed è vissuta con grande intensità sia dai credenti che dal resto dei salernitani. Si potrebbe affermare che essa è la celebrazione della salernitanità, dello spirito stesso della città.

La festa si celebra il 21 settembre ed in quella data di solito il duomo è gremito sin dalle prime ore del mattino e la sera, in occasione della processione, le strade sono straripanti di folla, che fa ala al suo passaggio. Quest’anno, causa Covid 19, in Piazza della Libertà, inaugurata ieri a Salerno, si assisterà alla Solenne Pontificale, senza la tradizionale processione.

Ma questa non è questa l’unica occasione di commemorazione del santo. Il 6 maggio, infatti, si commemora la traslazione delle sue reliquie a Salerno.

Fino ad alcuni decenni orsono questa era una data importante e le parrocchie approntavano ricchi trofei floreali che poi venivano portati in Duomo, con una processione notturna, al suono delle campane di tutte le chiese. Poi questa usanza è caduta in disuso.

La celebrazione del 21 settembre è preceduta di un mese dalla cosiddetta alzata del panno. Infatti il 21 agosto, nel corso di una celebrazione solenne si espone l’immagine del santo, recante, alla base, la scritta “Salerno è mia, io la difendo”, parole che il santo avrebbe pronunciato in occasione di una incursione saracena nel golfo di Salerno, nell’anno 1544.

In quella occasione, i cittadini atterriti si rifugiarono nella cattedrale impetrando l’intervento del loro santo patrono. Avvenne allora che il cielo si oscurò ed un terribile vento prese a spirare, fino a quando tutta la flotta dei pirati fu colata a picco. Salerno era salva.

Da quel momento san Matteo è raffigurato con la mano destra levata, in atto di benedire la sua città.

In occasione del 21 settembre non vi è famiglia salernitana che si sottragga alla tradizione e  non prepari un piatto particolare: la milza imbottita. Una pietanza dal sapore unico in cui si mescola l’acidità dell’aceto con il gusto sapido delle interiora condite con olio, aglio e prezzemolo.

La tomba di san Matteo è posta nella cripta del Duomo di Salerno che è il vero cuore pulsante della spiritualità salernitana.

Lo stile di questa cappella ipogea era fino ad un certo punto di un romanico piuttosto spoglio e severo, molto diversa da quella che cattura oggi l’ammirazione di tutti i visitatori.

Poi nel corso del Seicento essa fu completamente rimaneggiata ad opera degli architetti Domenico e Giulio Cesare Fontana e rifatta secondo i canoni del fastoso barocco allora trionfante. La volta è impreziosita dagli stucchi e dagli affreschi di Belisario Corenzio e raffigurano gli eventi su cui poggia il secolare rapporto tra i salernitani ed il loro santo patrono.

Quello che però maggiormente colpisce i visitatori è la statua di bronzo che troneggia sull’altare, della cripta. Opera di Michelangelo Naccherino, che ritrasse il santo al modo del Giano dei romani, ossia bifronte.

Ciascuno si interroga sul significato di tale rappresentazione e di certo la spiegazione non è né immediata, né univoca. Ve ne sono diverse e secondo la prima la statua vorrebbe rappresentare la doppia vita del santo, prima pubblicano e poi apostolo cristiano. Una seconda interpretazione vorrebbe vedere nella figura bifronte i due aspetti della vita, quella materiale e quella spirituale.

Un’altra ancora vorrebbe il santo volgere la sua attenzione da un lato al mare e dall’altro alle montagne che chiudono alle sue spalle la città di Salerno. Città dalla duplice natura marina e montana, i due aspetti su cui da sempre si è basata l’economia locale.

Ma vi è ancora un’altra interpretazione più maliziosa delle altre che vedrebbe nella raffigurazione del santo la doppiezza dell’indole dei salernitani. Su di loro vi è un detto dispregiativo che li raffigura con due facce, cioè di carattere ambiguo e inaffidabile. Dunque la statua del santo sarebbe la rappresentazione plastica di tale doppiezza degli abitanti di Salerno. Un  detto recita “i salernitani ingannano il diavolo”.  Cioè il salernitano sarebbe capace di mentire al punto da ingannare perfino il diavolo. Invece una interpretazione più benevola dice che il bifrontismo del santo patrono starebbe a rappresentare la capacità dei salernitani di adeguarsi ad ogni circostanza della vita, ad una cosa e al suo contrario, il bifrontismo, dunque,  starebbe a rappresentare la loro capacità di adattamento, il loro sape vivere.

Quale sia la corretta interpretazione non siamo in grado di stabilire e dunque ce ne asteniamo. Lasciamo al lettore la scelta, volendo rifuggire da ogni polemica sulle intenzioni di un artista che ha operato quattrocento  anni orsono, lasciando ai posteri questa sorta di enigma da decifrare.

 

 

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