19 settembre. San Gennaro è Napoli

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-di Giuseppe Esposito-

In una città dai mille problemi, dalla storia travagliata da dominazioni straniere, pesti, carestie e che, dalla sciagurata annessione al Piemonte, è diventata l’epicentro di un problema che nessuno sa o vuole risolvere: la Questione meridionale, l’unico punto fermo, sin dal lontano 19 agosto del 1389 è San Gennaro, il santo patrono. O sarebbe più giusto dire il primo dei santi patroni, avendone la città ben 52. Ma gli altri non contano, nel momento del bisogno è a Gennaro che Napoli si rivolge.

Questa perfetta identificazione del popolo di Napoli col suo santo  protettore ha costretto ogni nuovo regnante, ogni nuovo sindaco, credente o meno, a fare i conti con lui, col patrono. Senza l’ossequio al santo sarebbe stato impossibile, per chiunque, pensare di amministrare Napoli.

San Gennaro è l’unica vera istituzione universalmente e socialmente riconosciuta. San Gennaro è l’unico punto di riferimento nella vita della città. Esso mai è stato messo in discussione né mai lo sarà, perché ad esso soltanto Napoli ed i napoletani si sono sempre rivolti nei momenti di bisogno.

Da più di 1500 anni, faccia gialla, come familiarmente lo chiamano le cosiddette “parenti”, è lì immutabile e sempre pronto ad accogliere le suppliche di chi a lui ricorre.

Il rapporto che ancora oggi lega San Gennaro a Napoli è nato nel lontano 19 settembre del 305 d.C. In quella data, regnante Diocleziano, il vescovo di Benevento, Gennaro, appunto, cercò di liberare il suo amico Sossio, caduto nelle mani della giustizia romana a causa della sua fede. Il tentativo fallì ed anche Gennaro fu arrestato e condannato a morte con il suo amico. Furono decapitati entrambi nell’area della Solfatara a Pozzuoli.

Una pia donna, certa Eusebia raccolse il sangue di Gennaro e lo conservò come una reliquia. Cosa piuttosto frequente a quei tempi, al fine di commemorare i martiri cristiani.

Quel sangue, dopo varie traslazioni, trovò, infine,  la sua collocazione definitiva nel Duomo di Napoli. La prima notizia certa della liquefazione del sangue risale al 19 agosto del 1389. Se anche prima sia avvenuto non è dato di sapere.

Ma quel legame profondo che dura ancora oggi nacque a partire dal 1527. In quell’ anno la popolazione di Napoli, già stremata dalle distruzioni della guerra tra Francia e Spagna, fu colpita da una terribile pestilenza. A tutto ciò si aggiunse una disastrosa eruzione del Vesuvio. La lava giunse a lambire i margini della città, dopo aver seminato morte e distruzione nelle zone circostanti. I napoletani si videro perduti: era un cimento troppo al di sopra delle loro forze. Decisero quindi di rivolgersi al loro santo patrono e promisero che se avesse arrestato il fiume di lava che minacciava di distruggere la città, essi gli avrebbero eretto una magnifica cappella e lo avrebbero, periodicamente onorato.

La statua del santo fu portata in processione seguita dal clero, dai nobili e dalla popolazione tutta.

Intanto il Vesuvio continuava nella sua opera distruttrice. Alla fine del terzo giorno il sangue nelle ampolle si sciolse. Allora il cardinale Buonomo, ordinò di volgere la statua di Gennaro verso il Vesuvio ed in quel preciso istante la furia del vulcano si placò. Nel cielo apparve san Gennaro che benediceva la città dall’alto: Napoli era salva.

I napoletani rispettarono la promessa e donarono tutto quanto potevano per iniziare la costruzione della Cappella. Fu creato un organismo per il controllo della esecuzione del progetto e per la gestione delle donazioni presenti e future. Tale organismo prese il nome di Delegazione e fu  formato da rappresentanti delle famiglie più illustri dei 12 seggi in cui la città era divisa. La Delegazione è attiva ancora oggi e nei suoi archivi è conservato l’atto ufficiale, firmato davanti ad un notaio, presente la popolazione, in cui i membri della Delegazione si impegnavano ad operare per la realizzazione della Cappella e per la corretta gestione delle donazioni.

Tutto il denaro offerto al santo , nel corso dei secoli, fu utilizzato per pagare i migliori orafi per la realizzazione di oggetti sacri quali pissidi, ostensori, la famosa tiara del santo e tutta una serie di altri preziosissimi oggetti di culto. L’entità delle donazioni ha fatto si che il cosiddetto Tesoro di San Gennaro sia oggi una delle più cospicue e raccolte di oggetti sacri, avente un valore che oscura qualsiasi altra raccolta nel mondo intero. Tutte le opere furono affidate ad artigiani iscritti alla corporazione degli orafi che aveva la sua sede nel Borgo Orefici, dove ancora oggi troviamo concentrate molte delle botteghe orafe napoletane.

Nel corso dell’anno il miracolo del sangue avviene non una sola ma tre volte:

A maggio durante il primo sabato del mese ed in quella occasione una processione col busto del santo attraversa le vie cittadine. La liquefazione avviene alla fine della processione.

Il 19 settembre, data in cui si commemora il martirio del santo. Si officia, quel giorno una solenne cerimonia ed il sangue, una volta liquefatto resta esposto alla devozione dei fedeli per otto giorni.

Il 16 dicembre nella ricorrenza del patrocinio del santo che arrestò l’eruzione del Vesuvio nel lontano 16 dicembre 1527.

L’ultimo aspetto singolare nella devozione al santo è la presenza, durante l’attesa del miracolo di quelle che vengono definite le “parenti di san Gennaro”. Una ventina di donne che hanno l’onore di sedere in prima fila e che sollecitano in modo piuttosto colorato il santo a compiere il miracolo. La descrizione di tale rapporto tra le parenti ed il patrono è presente nella descrizione di molti autori tra cui non poteva mancare Matilde Serao. Le parenti sarebbero le discendenti di quelle donne che, insieme alla pia Eusebia, si recavano, subito dopo la decapitazione, a pregare sul luogo del martirio. Fino a non molto tempo fa si potevano udir riecheggiare sotto la volta della Cappella invettive del tipo:

“Faccia gialla, santone nuosto! Accrisce la nostra fede e dà lume a chi nun crede!”

“Faccia ‘ngialluta pecchè nun ce vuò fa ‘o miraculo? Si tu nun vuò essere cchiù ‘o prutettore nuosto nuie ‘nce pigliammo a sant’Antonio.”

In quell’attesa attesa trepida si alternavano, in passato, frasi pacate a scatenamento ossessivo. Il fenomeno si è oggi di molto attenuato, ma il comportamento delle antiche parenti ricordava molto da vicino quello delle menadi nei riti bacchici.

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