17 maggio: liberi di amare, Giornata mondiale contro l’omobitransfobia

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Liberi di amare.

17 maggio del 1990 veniva cancellata l’omossessualità dalla lista di quelle che l’ OMS definiva malattie mentali. Solo 14 anni dopo si decise di istituire  una giornata che a livello internazionale  diventasse il simbolo della lotta contro l’omofobia.  Nel corso degli anni gli obbiettivi della campagna sono cresciuti, infatti alla lotta contro l’omofobia si sono aggiunte nel 2009 quella contro la transfobia e nel 2015 contro la bifobia.

Ad istituire questa giornata celebrativa fu Louis George Tin, curatore del Dictionnaire de l’homophobie, il Dizionario dell’omofobia, e a promuoverla ogni anno è il Comitato Internazionale per la Giornata contro l’Omofobia e la Transfobia e riconosciuta dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite.

Se pensiamo che solo 30 anni fa l’omosessualità rientrava nell’elenco delle malattie mentali dell’Organizzazione mondiale della sanità è facile rendersi conto di quanto il progresso nell’affermazione dei diritti civili sia andato a rilento in passato e di quanto altrettanto lentamente si stia procedendo su questo percorso spinoso.

Oggi, anche se l’omosessualità non è più considerata una malattia, le persone lgbti in Italia sono ancora esposte a una continua discriminazione e, nell’ultimo anno, le violenze e gli abusi sono persino aumentati, malgrado la pandemia.

Mantenere vivo il dibattito ha dunque senso nella misura in cui esso possa realmente contribuire a prevenire e contrastare episodi di violenza legati a sentimenti di intolleranza che sappiamo essere profondamente radicati.

Negli scorsi giorni abbiamo appreso notizie dal mondo che ci hanno lasciato senza fiato e che hanno visto come vittime giovani omossessuali. Il caso più eclatante è stato quello del giovane iraniano decapitato dai propri familiari perché amava una persona del suo stesso sesso. In alcuni paesi vige il delitto d’ onore, l’omosessualità è brutalmente punita con la pena di morte. In Italia sono tanti i giovani che si tolgono la vita, uccisi anche loro dal bullismo, dalle discriminazioni, da un linguaggio di odio.

Per molti sono inutili queste giornate celebrative che invece hanno il grande compito di mantenere vivo il dibattito;  è infatti auspicabile che diventino  occasioni di scambio e di proficui dialoghi proprio  per mantenere desta l’attenzione su questioni rispetto alle quali il dibattito, inquinato com’è dal pregiudizio, stenta ad arrivare ad un vero e proprio punto di svolta. Insomma è necessario che se ne parli il più possibile, che il confronto sia sempre vivo, acceso, e che si vada sempre avanti nella conquista dei diritti e mai indietro.

Viene da sé il riferimento al tanto discusso DDL ZAN, che prende il nome del relatore Alessandro Zan. Non possiamo non parlarne soprattutto perché negli ultimi tempi molti artisti ne hanno invocato l’ approvazione. Potrebbe essere proprio questa legge lo spartiacque tra un’ epoca in cui il linguaggio denigratorio verso alcune categorie di persone viene considerato normalità ed il futuro in cui ci si augura che verrà prestata maggiore attenzione soprattutto alle parole da non dire. Questo provvedimento definisce le misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza  basati su motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’ identità di genere e alla disabilità. Esso mira a punire  chi discrimina e chi compie violenze basate sui pregiudizi legati agli aspetti citati.

Chi reputa questa norma liberticida dovrebbe sapere che la libertà di espressione non prevede in alcun modo il diritto di offendere e discriminare altre persone. Inoltre questa norma non fa altro che ampliare la gamma di soggetti protetti da una legge già esistente: la legge Mancino. Quindi la libertà di espressione rimane sacra ed inviolabile ma forse, almeno così si spera, chi non ne conosce i limiti a causa di una carente educazione in tal senso imparerà ad apprezzarne meglio il contenuto. D’altronde è compito della legge indirizzare e orientare le azioni umane laddove non ci si arrivi con la propria sensibilità.  È molto lunga la strada da fare, ma un processo di civilizzazione ed educazione su certi temi non può non passare che attraverso la cultura, la scuola e attraverso leggi che tutelino tutti. Fondamentale anche la costante opera di denuncia di episodi di bullismo e di discriminazione.

Un segnale positivo è dato dalle sempre più numerose iniziative intraprese da molte scuole in occasione del 17 maggio, compatibilmente con le vigenti norme contro la pandemia, per sensibilizzare e ricordare l’importanza del contrasto all’ odio e al bullismo omotransfobico e ricordando soprattutto ai più giovani quanto il linguaggio d’odio sia sbagliato e lesivo della dignità di ciascuno. È necessario che si affrontino alcuni temi sin dalla tenera età affinchè le nuove generazioni abbiano un approccio naturale, sano e senza pregiudizi com’è giusto che sia. Dunque, incominciare dall’infanzia  educando anche e soprattutto ad un uso consapevole dei vocaboli utilizzati, e ad un linguaggio attento ed inclusivo. L’infanzia è un momento delicatissimo ed i bambini hanno una mente sorprendentemente aperta ed elastica. Proprio per questo è importante scegliere con attenzione cosa insegnare, affinchè  i tarli del pregiudizio e dell‘ intolleranza non si annidino nelle menti.

Tanti i gesti simbolici contro la violenza come l’installazione di panchine arcobaleno un po’ ovunque, quelle rosse simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Gesti simbolici che ribadiscono la presa di distanza da ogni discriminazione. Tutte iniziative lodevoli che però devono essere accompagnate da precise norme e da una corretta educazione che passa attraverso una revisione del nostro sostrato culturale.

A proposito delle parole e del linguaggio , lo scorso primo maggio, nelle stesse ore in cui Fedez lanciava pesanti denunce contro l’omofobia, un duo comico composto da Pio e Amedeo si esibiva in un imbarazzante e retrogrado siparietto. Una comicità da bar la loro, che si avvale di un linguaggio volgare e violento e che fa leva sulle pulsioni dell’ italiano medio. In sostanza, i due comici rivendicavano il diritto di poter utilizzare parole offensive anche in riferimento agli omosessuali, in nome di una presunta libertà di espressione:  a loro dire è l’intenzione che conta e non le parole. Certo, lo dovrebbero dire a chi, solo per l’orientamento sessuale riceve insulti, oppure a chi è vittima di continue vessazioni psicologiche, a chi viene bullizzato o ancora, ai familiari di coloro che hanno deciso di togliersi la vita a causa delle continue violenze fisiche o verbali, o di entrambe.

Il linguaggio è infatti importantissimo e chi rivendica il diritto di utilizzare alcuni sostantivi recanti già in sé un’offesa non fa altro che rivendicare il diritto di scaricare le proprie frustrazioni sul prossimo senza tener conto delle sensibilità. Ognuno ha la sua, e ciascuna è sacra e degna di essere protetta. Che questa giornata del 17 maggio in cui cade anche la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ci conduca anche quest’anno un po’ più in là, un passo avanti. Ormai il tempo dei tentennamenti è scaduto.

“omofobia” by Radio Alfa is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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