15 settembre 1986, il conduttore televisivo Enzo Tortora e le 19 false testimonianze

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“Io grido -SONO  INNOCENTE”- di Claudia Izzo-

“Io grido -SONO INNOCENTE!-. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento!Io sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”…

Sono queste le parole che concludono l’intervento di Enzo Tortora, conduttore e autore televisivo, conduttore radiofonico, attore, giornalista e politico italiano,  al processo che lo vide finalmente assolto dalla Corte d’Appello di Napoli, il 15 settembre 1986.

Enzo Tortora morirà poco dopo, nel 1988, a Milano.

Quella di Tortora, divenuto appunto “il caso Tortora”, rappresenta una penosa pagina del sistema processuale dove l’infondatezza degli indizi che condussero all’arresto si aggiunse ad un vecchio rito inquisitorio sbilanciato sull’accusa. Con il Caso Tortora ci fu una spinta per il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati e poco dopo, portò all’approvazione sul risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati. Un maxiprocesso che portò ad una retata con 856 arresti, contemporaneamente in 33 province d’Italia. Gli ordini di arresto furono indirizzati anche al presidente dell’Avellino calcio, Antonio Sibilia; ai terroristi di opposte fazioni Pierluigi Concutelli e Sante Notarnicola; al bandito Renato Vallanzasca, a politici meridionali come Giuseppe D’Antuono e Salvatore La Marca sino alla cantante nota in arte come Alba Miglioretti. La moglie di Cutolo, Immacolata Jacone, sposata qualche settimana prima nel carcere dell’Asinara ove il boss era detenuto, sfuggì alla cattura e rimase latitante.

Facciamo un passo indietro. E’ venerdì 17 giugno 1984 quando il famoso conduttore viene svegliato alle 4 di mattina dai Carabinieri di Roma e arrestato. L’accusa è “traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico”. Le accuse si basavano su dichiarazioni di vari pregiudicati del calibro di Giovanni Pandico, Giovanni Melluso (soprannominato “Gianni il bello”) e Pasquale Barra, legato a Raffaele Cutolo e di altri 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata, tra cui Michelangelo D’Agostino, pluriomicida detto “killer dei cento giorni”. A queste accuse si aggiunsero quelle, rivelatesi anch’esse in seguito false, del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e di sua moglie Rosalba Castellini, i quali dichiararono di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3.

13 false testimonianze, divenute in seguito 19.

Nell’abitazione del camorrista Giuseppe Puca detto O’Giappone fu trovato, scritto a penna, un nome che appariva essere quello di Tortora con accanto un numero di telefono, ma, poi, con perizia calligrafica, il numero risultò essere quello di un tale Tortona. Il recapito telefonico risultò non appartenere al presentatore.

Quale era dunque il legame tra il presentatore di Portobello ed il camorrista?

Centrini.

Si, l’unico contatto che Tortora ebbe con Giovanni Pandico fu per dei centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto lo stesso Pandico; centrini che Pandico chiedeva fossero  venduti all’asta del programma Portobello. La redazione del famoso programma televisivo aveva intanto smarrito i centrini ed Enzo Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico. La vicenda si concluse con un assegno di rimborso del valore di 800.000 lire.  Pandico, schizofrenico e paranoico, provò sentimenti di vendetta verso Tortora fino ad arrivare a lettere intimidatorie con lo scopo di estorsione.

Fu l’ex collaboratore di giustizia Gianni Melluso, uscito dal carcere nel 2009, a chiedere ufficialmente perdono ai familiari di Enzo Tortora per le dichiarazioni false rese ai magistrati all’epoca dei fatti e reiterate nel 1992, frutto di una brama di vendetta nei confronti  dei due boss Barra e Pandico.

Dopo la cremazione, le ceneri del noto giornalista, morto a 59 anni, sono state poste nel Cimitero Monumentale di Milano, nella zona ospitante le ceneri dei “cittadini noti e benemeriti”. Qui, per volere dello stesso Tortora, accanto alle sue ceneri fu posta una copia della “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, nell’edizione con prefazione di Leonardo Sciascia, uno dei primi casi documentati di “giustizia sbagliata” in Italia.

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