14 Febbraio 1861: l’ultimo alzabandiera di Gaeta

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di  Giuseppe Esposito

Il 13 febbraio dovrebbe essere per i napoletani ed i meridionali in genere una data infausta, segna infatti il punto finale della parabola del Regno Delle Due Sicilie, il più grande ed il più antico degli stati italiani. In quel giorno, infatti, fu firmato l’accordo per la capitolazione della fortezza di Gaeta, ultimo baluardo a difesa del regno meridionale.

In quella fortezza, per tre mesi, diecimila napoletani si erano stretti intorno al loro re per cercare di difendere la propria nazione contro l’aggressione piemontese, giunta sulla scia della sciagurata impresa garibaldina.

Francesco II aveva deciso, il 6 settembre 1860, di abbandonare la capitale, perché alla città fossero risparmiate le distruzioni dei bombardamenti piemontesi. Decise così di attestarsi nella fortezza di Gaeta per tentare l’ultima difesa del regno minacciato da una invasione proditoria e illegittima, avvenuta in assenza di una qualunque dichiarazione di guerra.

Il giorno successivo Garibaldi fece il suo ingresso in città a bordo di un treno ed il re Vittorio Emanuele II, a capo del suo esercito, cominciò la discesa della penisola, avendo come obbiettivo Gaeta, quello di porre sotto assedio la città, per vincere l’ultima resistenza borbonica.

Lo scontro si annunciava impari, fin dall’inizio. Infatti gli assedianti, oltre a godere del vantaggio della posizione potevano disporre dei nuovi e micidiali cannoni a canna rigata capaci di una più alta e micidiale potenza di fuoco.

Le ostilità ebbero inizio il 13 novembre ed i bombardamenti piemontesi furono sin dall’inizio copiosi e devastanti, diretti contro le 8 batterie, tra cui erano ripartiti i 300 cannoni dei napoletani.

Nonostante lo svantaggio, i difensori riuscirono a resistere a lungo anche grazie alla presenza, nelle acque antistanti Gaeta di navi francesi che permisero lor di approvvigionarsi.

Ma a un certo punto la fortuna decise di abbandonare i difensori di Gaeta. L’eccessivo affollamento e le condizioni di promiscuità in cui erano costretti a vivere i difensori, il 25 gennaio 1861, causò lo scoppio di una terribile epidemia di tifo petecchiale che mietè numerose vittime sia tra i militari che tra i civili. Inoltre, Napoleone III concluse un accordo segreto coi piemontesi e tradì gli assediati, ritirando le sue navi dalle acque di Gaeta, in cambio della cessione alla Francia di Mentone e Roccabruna, da parte del Piemonte.

In tal modo la tenaglia dei piemontesi intorno a Gaeta si chiuse definitivamente, sia dalla parte di terra che da quella del mare. I bombardamenti conobbero una escalation senza precedenti  e furono inclusi negli obbiettivi anche edifici civili, chiese ed ospedali. L’intento era evidentemente quello di fiaccare il morale dei difensori e di spingere il re Francesco II a cedere per limitare lo spargimento di sangue della popolazione civile.

Il destino era ormai segnato, anche perché tutti gli alleati che il re contava in Europa lo avevano progressivamente abbandonato, lasciandolo in balia di se stesso.

L’assedio era durato per 102 giorni, gran parte dei quali passati sotto i bombardamenti nemici. I morti napoletani ammontavano a 826, i feriti a 569 ed i dispersi a 200. Ma delle perdite tra la popolazione civile non esiste una stima attendibile. Studi recenti hanno appurato che alla fine dell’assedio mancarono all’appello più di tremila vittime civili.

Il 5 febbraio fu colpito il deposito di munizioni della batteria Sant’Antonio ed il suo tremendo scoppio causò l’apertura di una breccia nelle mura della fortezza. I piemontesi cercarono allora di penetrarvi ma incontrarono una valorosa resistenza da parte di quel che restava dell’esercito borbonico che  li indusse a desistere.

Il generale Cialdini, a capo dei piemontesi decise allora che la città sarebbe stata presa per fame. I bombardamenti furono ancor più intensificati ed i difensori ridotti allo stremo. Non rimaneva altra scelta che arrendersi.  La decisione fu presa dal re il giorno 8 febbraio e incaricò il comandante della piazzaforte di trattare la resa col nemico. L’incontro tra le delegazioni incaricate di trattare le condizioni della resa si incontrarono a Mola di Gaeta. Per parte napoletana vi erano il generale Antonelli, il brigadiere Pasca ed il tenente colonnello Delli Franci.

Nonostante che le trattative fossero in corso, Cialdini diede l’odine di non sospendere i bombardamenti e perché l’ordine di cessare il fuoco fosse diramato bisognò attendere le ore 18.15 del 13 febbraio.

Da quel momento il Regno delle Due Sicilie, uno degli stati più grandi ed antichi d’Italia, cessava di esistere.

Il 14 febbraio la bandiera napoletana fu issata per l’ultima volta sul suo pennone e Francesco II, assieme alla regina ed ad un piccolo drappello di dignitari di corte, si imbarcò su una nave francese per raggiungere Roma, ospite di Pio IX.

Le condizioni di resa accordate prevedeva l’onore delle armi ai difensori della fortezza, la possibilità per il re ed i suoi collaboratori di riparare presso il Papa ed agli ufficiali di mantenere il loro equipaggiamento e la possibilità di transitare nel nuovo esercito italiano, mantenendo il proprio grado. Promessa quest’ultima spesso disattesa.

Sugli spalti di Gaeta, durante il lungo assedio si era distinta per il suo eroico comportamento la giovane regina Maria Sofia, che nei racconti dei superstiti è descritta come regina guerriera, combattente a fianco dei suoi soldati,  ai quali, indossando abiti maschili, impartiva ordini per meglio organizzare la difesa. Non voleva arrendersi e cercava in tutti i modi di recuperare la corona perduta. Marcel Proust rimase affascinato da quanto sentiva raccontare di Maria Sofia e la definì “la regina soldato sui bastioni di Gaeta.”

Anche il re si dimostrò stoico nel sopportare le privazioni ed i profondi disagi dell’assedio. Nei suoi diari, scritti qualche tempo dopo, confessò che quei giorni di Gaeta, anche se terribili, erano stati per lui giorni di profonda felicità. Infatti il ragazzo disprezzato, condannato e tradito da tutti, si era sentito, in quella sua ultima battaglia, veramente re di Napoli. Egli morì nel 1894 ad Arco, in Trentino, dove si era recato in visita alla famiglia della moglie, sotto la falsa identità di signor Fabiani.

Maria Sofia, invece visse assai più a lungo e morì nel 1924. Poco prima di morire concesse un’intervista a Giovanni Ansaldo del Corriere della Sera, in cui, parlando dei Savoia ebbe parole quasi profetiche: Il modo in cui hanno trattato noi e di brutto augurio. Dio non voglia che un giorno anch’essi non abbiano a difendere dall’esilio i propri patrimoni personali.”

 

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