Ricerca&Sviluppo: una falla nel PNRR

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-di Pierre De Filippo-

In Italia, R&C, Ricerca&Sviluppo sta quasi a Banane&Lampone. Un evergreen, una musichetta piacevole alla quale nessuno presta mai tanta attenzione, un leitmotiv ormai obsoleto che nessuno si preoccupa di svecchiare.

L’ultima versione del PNRR a firma Draghi, va detto, non lo rispolvera con grande entusiasmo, anzi. E dire che ne avremmo avuto un grande bisogno…

I paragoni con i partners internazionali non reggono: Germania e USA destinano oltre il 3% del loro PIL a questa voce e la Francia oltre il 2% mentre noi ci attestiamo intorno all’1,5%, cumulando spesa privata (delle imprese) e spesa pubblica, la quale si attesta intorno ai 9-10 miliardi annui (circa lo 0,5% del PIL).

Una miseria.

Qualche tempo fa, Ugo Amaldi, fisico di fama, aveva elaborato un piano – il Piano Amaldi per l’appunto – che avrebbe dovuto riallinearci alla media europea: con un aumento strutturale (cioè non una tantum) di 10 miliardi annui (19-20 totali) avremmo raggiunto i livelli tedeschi mentre con un aumento di 5 miliardi avremmo raggiunto i livelli francesi.

Un piano ambizioso ma necessario.

Una ulteriore proposta di Amaldi era quella di far “scivolare” la ricerca dall’Università alle imprese, le quali, in linea teorica, sarebbero state ben contente – innovandosi e digitalizzando i propri processi – di incrementare i propri utili.

Su questa seconda asserzione, però, un ragionamento va fatto: in Italia ci sono circa 5 milioni di partite IVA ed un valore indefinito di PMI. Difficile per questi soggetti fare e trovare conveniente investire in R&S.

Il “nanismo imprenditoriale” italiano è uno dei mali endemici del nostro Paese.

Volendo continuare a ragionare sui dati proposti da Amaldi, all’interno del PNRR avremmo dunque dovuto trovare cifre di questo tipo: 60 miliardi in 6 anni (+10 miliardi annui) se avessimo voluto raggiungere la Germania, e 30 miliardi in 6 anni (+5 all’anno) se avessimo voluto raggiungere la Francia.

In realtà, la quota destinata a questa voce di spesa è di “soli” 12,9 in 6 anni. Di questi, però, solo circa 6 sono direttamente legati al settore R&S. Una media perfetta: 1 miliardo all’anno.

Non è sufficiente.

Non è sufficiente anche perché tutte le evidenze empiriche economiche ribadiscono che quello della formazione, dell’istruzione e della ricerca è l’ambito che consente un maggiore effetto moltiplicatore: per ogni € speso, il ritorno in termini di reddito privato, produttività e PIL complessivo è ben più che proporzionale rispetto alla spesa.

In sintesi, conviene.

Conviene a tutti e sarebbe convenuto investirci qualche spiccio in più anche per altri motivi, per altre conseguenze: fare ricerca – che sia di base, medica, tecnologica o agroalimentare – significa sempre pensare di poter migliorare le proprie condizioni di vita, pensare a sé ed al proprio Paese nel futuro, significa fornire a tutti – e alle nuove generazioni in particolare – una speranza, una meta, un obiettivo.

Come spesso accade in Italia, un’altra opportunità sprecata.

Peccato.

Immagine di copertina : Pixabay License

Immagine Ugo Amaldi: Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – Ufficio Comunicazione, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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