Le conseguenze economiche della pandemia: la rivoluzione fiscale

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-di Pierre De Filippo-

Quando, dopo aver preso parte ai negoziati che avrebbero portato al Trattato di Versailles del 1919, John Maynard Keynes intese criticare gli accordi raggiunti, eccessivamente penalizzanti per la Germania, a suo dire, e che avrebbero fatto in modo di esacerbare il proprio revanchismo, scrisse Le conseguenze economiche della pace – e non della guerra, -come sarebbe stato logico – per spiegare ciò.

Noi, oggi, ci troviamo a vedere dispiegate le conseguenze economiche della pandemia, molte drammatiche – le chiusure, i licenziamenti, il crollo della produttività, la crescita dell’indebitamento – ma molte altre che ci lasciano ben sperare per il futuro, come la predisposizione del piano Next Generation UE e l’attualissima riforma fiscale globale.

I ministri delle finanze del G7 riuniti a Londra hanno raggiunto un accordo che, ben presto e da più parti, è stato definito storico.

“Dopo anni di discussioni” – dice il padrone di casa, il Cancelliere dello Scacchiere Rishi Sunak – “i ministri delle finanze del G7 hanno raggiunto un accordo storico per riformare il sistema fiscale globale per adattarlo all’era digitale globale”.

“Ci siamo.” – gli ha fatto eco il ministro francese Bruno La Maire – “Dopo quattro anni di battaglie un accordo storico è stato trovato sulla corporate tax minima sulle aziende e sui colossi digitali”, mentre il nostro Presidente del Consiglio, Mario Draghi l’ha definito un “passo storico verso una maggiore equità e giustizia sociale”.

In verità, grande merito lo ha avuto la segretaria al Tesoro USA, Janet Yellen, che ha parlato di un “impegno senza precedenti che metterà fine alla corsa al ribasso nella tassazione aziendale, assicurando equità per i lavoratori negli Stati Uniti e in tutto il mondo”.

A spiegare nel dettaglio le proposte prodotte dal summit ci ha pensato il nostro ministro Daniele Franco, secondo il quale il progetto si baserebbe su “due pilastri: una aliquota minima di almeno il 15% per tutte le multinazionali e l’intenzione di tassare il 20% della quota eccedente il 10% dei profitti nei Paesi in cui vengono realizzati”.

Ora, non sono importanti cifre o percentuali, rileva il concetto: le grandi multinazionali non potranno più, come avviene ora, fare affari in tutto il mondo e dichiarare i propri profitti dove la tassazione è più conveniente; dovranno necessariamente lasciare una parte di ciò che guadagnano nel Paese in cui lo guadagnano.

Da questo punto di vista, l’amministrazione Biden è stata indispensabile per superare il veto americano e per rafforzare la posizione dei governi nei confronti delle grandi multinazionali in genere – alle quali si applicherà l’aliquota minima del 15% – e alle cosiddette GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) in particolare.

L’obiettivo dichiarato, e anche scontato, è quello di ridurre l’elusione fiscale e di combattere i paradisi sparsi qui e lì sul globo e che consentono ai big di ottenere, praticamente, un extraprofitto corposo.

Ha specificato ulteriormente il ministro Franco che la medesima proposta verrà discussa in “sede G20” a luglio a Venezia, perché più ampia sarà la platea, più “coperto” sarà il mercato.

Ricordiamo che del G7 fanno parte gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, il Regno Unito, Germania, Francia e Italia.

Soddisfatti si sono definiti anche i manager dei big tech colpiti.

Nick Clegg, vicepresidente per gli affari globali di Facebook, ha fatto sapere che “vogliamo che la riforma della tassazione globale abbia successo, e riconosciamo che potrebbe significare un carico fiscale maggiore per Facebook in diversi Paesi”, mentre un portavoce di Google ha dichiarato che la sua azienda è fortemente a favore dell’accordo raggiunto e che lo ritiene “bilanciato e durevole”.

Una bella iniezione di fiducia.

Tutto bene, tutte rose e fiori, verrebbe da dire. Chi mai può lamentarsi se finanche l’avido ed egoista capitalista è d’accordo a pagare più tasse? Qualcuno può.

Possono, nello specifico, proprio quei Paesi che, da sempre, hanno rappresentato i paradisi nei quali i giganti del web hanno dichiarato i proprio ricchi redditi.

Il ministro delle finanze dell’Irlanda, Pascal Donohoe, ha commentato la proposta di aliquota minima (15%) dicendo: “abbiamo serie riserve, l’attuale sistema fiscale dell’Irlanda (12,5%) sarà ancora in vigore tra cinque o dieci anni”. Della serie “continueremo a farvi concorrenza sleale”.

Dello stesso avviso Constantinos Petrides, ministro cipriota, che ha placidamente detto che il suo Paese porrà il veto alla direttiva europea con la quale questo sistema dovrebbe essere implementato.

E siccome, per ratificare il progetto sarà indispensabile l’okey unanime di tutti i Paesi UE…

Sarebbe una grandissima occasione mancata, sarebbe dare un calcio ad un mucchio di soldi a portata di mano e, più filosoficamente, ad una tassazione più equa, solidale, giusta e moralmente accettabile.

Secondo uno studio dell’UE Tax Observatory, una proposta di questo tipo porterebbe al bilancio dei Paesi europei circa 50 miliardi di € all’anno, non proprio bruscolini.

La speranza è che questi governanti siano così illuminati da ricordarsi di dover guardare alle prossime generazioni e non alle prossime elezioni.

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