La crisi economica italiana vista da Sud con Antonio Marino

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Intervista ad Antonio Marino, Direttore della Bcc di Aquara – di Sergio Del Vecchio –

Possiamo affermare con tranquillità che dall’avvento dell’euro l’economia italiana ha vissuto un progressivo indebolimento che ha visto acuirsi alcuni problemi strutturali legati ai vizi e all’inadeguatezza del capitalismo italico, ma soprattutto ci si è trovati a fare i conti con l’incapacità della classe politica di porre in atto misure in grado, se non di invertire la rotta, almeno di contrastare le tendenze in atto.  Politiche rivelatesi inefficaci (la riforma del lavoro e le politiche dei redditi in generale) e un’ingiustificato, per il quadro economico in atto, aumento della pressione fiscale, complici anche le sollecitazioni a dover accontentare l’Europa, come nel caso dell’incomprensibile aumento dell’IVA.  Questa situazione di fragilità dell’economia italiana, esplosa poi con la crisi finanziaria e il il crollo della domanda di beni dall’estero, è andata via via cristallizzando situazioni di recessione, crollo della domanda interna, cioè i consumi, progressivo impoverimento della classe media, stretta creditizia.

Il Direttore della Bcc di Aquara Antonio Marino, che da anni vive sulla sua pelle la situazione delle piccole e medie imprese di un territorio difficile come il Sud, rappresenta sicuramente un termometro affidabile ed autorevole dell’ambiente economico italiano e meridionale.

Direttore Marino, vede margini di miglioramento nel contesto in cui si muovono le piccole e medie imprese italiane? 

“No, di nessuna entità, se persiste questa situazione nazionale di difficoltà generalizzata del sistema Italia. In particolare le imprese, che dovrebbero essere il motore di sviluppo di una qualsiasi nazione, in Italia scontano tutta una serie di difficoltà che ne blocca lo sviluppo. In particolare la burocrazia che danneggia pericolosamente le imprese che devono distogliere forze lavoro dalla loro attività caratteristica per destinarlo ad adempimenti burocratici pachidermici che nulla aggiungono alla redditività delle aziende, ma, al contrario, le penalizzano portandole fuori mercato rispetto alle imprese concorrenti piccole o grandi, presenti in altre nazioni.”

Tutto questo ovviamente viene amplificato al Sud.

“Nel Sud in particolare che soffre maggiormente di questa penalizzazione perché siamo in presenza di un sistema economico sicuramente più penalizzato rispetto al Nord  e meno vivace se consideriamo che, per ogni chilometro di autostrada al Sud ce ne sono circa dieci al Nord, idem per le ferrovie, si capisce come siamo penalizzati anche dalle vie di comunicazione  per raggiungere i grandi bacini di utenti consumatori.”

Anche il sistema giudiziario, di cui da più parti se ne sollecita una riforma, non contribuisce al sistema impresa.

“Quello della Giustizia civile è un altro capitolo penalizzante inteso come ritardo nei suoi pronunciamenti. Questo lentissimo funzionamento della Giustizia Civile diviene un forte deterrente per l’attrazione di capitali stranieri a procura una doppia penalizzazione al sistema Italia.”

Tra gli elementi che incidono negativamente sul quadro economico, la compressione dei salari dovuta alla contrazione della produzione ma anche, a dispetto dei tanti proclami che sentiamo da anni, la mancanza di una politica efficace di agevolazione all’incremento dell’occupazione.

“Altra penalizzazione per le imprese rispetto alle altre nazioni europee è il cuneo fiscale, ovvero la tassazione che cade sugli stipendi ai dipendenti. Per dare cioè 1000 euro ad un lavoratore, l’impresa deve sborsare almeno 1800 euro, mentre all’estero la differenza tra stipendio lordo e netto è meno evidente. L’alta tassazione sugli stipendi danneggia chiaramente l’imprenditore perché lo costringe a esborsi eccessivi, ma si riflette anche sul costo del prodotto finito e quindi danneggia il consumatore, anche e soprattutto l’occupazione, non a caso l’occupazione in Italia non fa passi in avanti e al contrario, i poveri sono sempre più numerosi. Questa è la prova provata che tutte le ricerche economiche che abbiamo messo in campo negli ultimi decenni sono fallimentari e pericolosamente le classi politiche succedutesi non sanno individuare strategie che ribaltino questo piano incrinato su cui stanno purtroppo seduti.”

 

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