Il ritorno dell’inflazione

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di Pierre De Filippo-

In autunno, dicono da più parti, ci attende una vera e propria stangata: i rincori energetici provocheranno quelli dei generi alimentari e dei beni di prima necessità e gli stipendi non aumenteranno mai di pari passo da poter attenuare questo effetto vortice.

È l’inflazione, un fenomeno col quale avevamo smesso di avere a che fare da oltre trent’anni e che così, come un fulmine a ciel sereno, è tornato a rappresentare una delle principali notizie dei nostri telegiornali.

Ma perché per molti anni di questa piaga – anche “Gianna” doveva proteggere il suo salario dall’inflazione – non avevamo sentito più parlare? Perché a inizio anni Ottanta erano iniziate, seppur tra mille ambiguità, politiche di controllo e di austerità sull’inflazione, come fu l’avvedutissimo “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro, che consentì di limitare la continua offerta di denaro.

E poi la moneta unica: l’aver messo insieme diversi livelli di valore – il marco è stato sempre più “forte” della lira – ha consentito necessariamente all’euro di essere una moneta stabile proprio perché doveva conciliare le diverse politiche monetarie che i Paesi avevano portato avanti fino a quel momento.

In questi anni abbiamo avuto altri problemi – la bolla speculativa del digitale nei primi anni Duemila, la Grande recessione del 2008, l’esplosione dei debiti sovrani – ma dell’inflazione nemmeno l’ombra; anzi, abbiamo conosciuto il periodo di maggiore espansione del credito e, per paradossale che possa sembrare, e nemmeno tanto se si conosce l’argomento, la crescita dei prezzi si è mantenuta sotto il livello previsto dalla BCE.

Perché ora, allora? E perché con così tanta violenza?

Per la guerra, certamente, che ha determinato l’aumento del prezzo delle fonti energetiche, del grano, dei materiali edili. I colli di bottiglia delle importazioni hanno portato agli aumenti degli approvvigionamenti, dei trasporti e, di conseguenza, del costo dei beni di largo consumo.

Ma non solo. Perché se riteniamo che l’inflazione derivi solo dalla guerra commettiamo un grande errore.

L’inflazione era ripartita con l’emersione dalla pandemia, col ritorno alla cosiddetta – molto effimera, oltretutto – “vita normale”. Le persone erano tornate ad uscire, a spendere, a viaggiare ad una velocità certamente maggiore rispetto al passato. La voglia di vita ha determinato l’inflazione, che è stata poi ampliamente amplificata dagli effetti della guerra.

Oggi sfiora il 10% nel mondo e secondo molti è destinata a durare; i governi – quello italiano in primis – hanno fatto e stanno facendo molto per contrastarla e così le banche centrali che, dopo anni, hanno iniziato a stringere i cordoni della borsa aumentando i tassi di interesse.

Basterà? Certamente no.

Certo non possiamo basare tutto sul ragionamento più intuitivo: aumenta l’inflazione, aumentano i prezzi, di conseguenza aumentiamo anche i salari. Lo abbiamo sperimentato a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanti con la scala mobile e l’inflazione è entrata in una fasa di autoalimentazione. I bonus una tantum che tantum non ci piacciono in questo caso sono necessari.

Bonus, riduzione degli oneri di sistema per l’energia, riduzione dell’IVA lì dove possibile, prelievi sugli extraprofitti. Ma soprattutto adoperarsi affinché la guerra cessi, perché molto dipende anche dal fattore psicologico: finché in Ucraina si continuerà a sparare, finché la centrale di “Zaporizzia” sarà il centro delle tensioni mondiali, finché il porto di Odessa manifesterà tutta la sua instabilità, l’inflazione sarà nostra spiacevole compagna.

Per questo – anche per questo – il prossimo governo dovrà rimanere ben saldo dalla parte dell’Occidente e delle democrazie liberali. L’alternativa, quale che sia, è sempre peggiore.

 

 

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