Green Pass: cosa vogliono i portuali di Trieste?

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-di Pierre De Filippo-

Il porto di Trieste è il più trafficato d’Italia, un grande scalo internazionale che, da solo, regge l’economia di una città, di una provincia e, in parte, dell’intera regione.

Indietro, molto indietro, se paragonato a quello di Rotterdam, di Amburgo o di Anversa, segno della spesso inadeguata gestione che i nostri porti hanno avuto, nonostante godessero di posizioni geografiche strategiche.

La storia dei portuali di Trieste ben si lega a questo modo, provinciale e di corto raggio, di intendere le cose: è successo che il Coordinamento Lavoratori Portuali Trieste, una sorta di sindacato autonomo, ha fatto presente, per bocca del suo portavoce Stefano Puzzer, che su 950 lavoratori circa il 40% non ha il green pass.

Un numero sufficiente a fermare le attività del porto.

Dice il prefetto Valerio Valenti che “chi fa queste dichiarazioni si assume una responsabilità enorme: quella di mettere in ginocchio una città intera”.

Dello stesso tenore la posizione di Zeno D’Agostino, il presidente del porto, secondo cui “si è sempre detto che l’interesse del porto è al di sopra di tutto, ora si è cambiato atteggiamento. Invece di difenderlo si rischia di creare un danno gravissimo”, paventando le sue dimissioni qualora i propositi dei portuali dovessero concretizzarsi.

Cosa intendono fare? Bloccare tutto la mattina del 15 ottobre, giorno in cui il green pass diverrà obbligatorio in tutti i posti di lavoro.

Vista la delicatezza della questione, s’è preso a ragionare su soluzioni di compromesso: secondo alcune voci triestine, le aziende operanti nel porto avrebbero pagato i temponi a tutti i lavoratori fino al 31 dicembre, mentre da Roma, la ministra Lamorgese ha proposto tamponi gratuiti esclusivamente per i portuali triestini – come se poi non ci fossero anche i portuali di Genova, di Salerno, di Brindisi… – per salvare il salvabile.

Ma dal sindacato commentano categorici: “Siamo venuti a conoscenza che il governo sta tentando di trovare un accordo, una sorta di accomodamento riguardante i portuali di Trieste, e che si paventano da parte del presidente Zeno D’Agostino le dimissioni. Nulla di tutto ciò ci farà scendere a patti. Non solo noi, ma tutte le categorie di lavoratori”.

Che più chiaro di così si muore.

E poi, c’è sempre la politica. A Trieste ci sarà il ballottaggio alla fine della prossima settimana, con Di Piazza ampiamente favorito contro l’outsider Russo. Entrambi però dalla parte di D’Agostino, col quale il sindaco uscente solidarizza: “Zeno è sotto scacco dei portuali. Stiamo scherzando?”; più morbido ma altrettanto chiaro Russo: “Le persone scese in piazza vanno ascoltate ma non ho dubbi…”

Occorre ricordare, però, che in città il quarto candidato a sindaco per numero di voti è stato Ugo Rossi, arrestato a fine settembre per oltraggio, resistenza a Pubblico Ufficiale e lesioni aggravate: un bel pedigree. Rossi rappresentava l’ormai famoso Movimento3V (Vaccini Vogliamo Verità) che è tutto dire.

La situazione è tanto caotica, quanto delicata.

Che fare, dunque, con i portuali di Trieste? Solidarizzo con il prefetto e col presidente del porto, meno con la Ministra Lamorgese, la quale dovrebbe sapere che “se dai un biscotto ad un topolino, questo ti chiederà anche un bicchiere di latte…”

Con l’irrazionalità e la prevaricazione non è possibile scendere a patti; con chi si arroga il diritto di decidere per sé e per gli altri, compromettendo l’economia di una città, non si discute. Le regole sono chiare: dal 15 ottobre serve il green pass e i portuali di Trieste hanno dinanzi a loro due strade: tamponarsi, a spese loro e ogni paio di giorni, o vaccinarsi.

Diceva Robert Nozick, grande filosofo libertario che una persona all’ultimo piano di un grattacielo, chiusa in una stanza dall’esterno ma con una finestra aperta ha pur sempre una scelta. Esiziale ma ce l’ha.

Figuriamoci se non ce l’hanno i lavoratori del porto, che farebbero bene a scendere sulla terra prima di ritrovarsi disoccupati e piangere per questo.

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