Storia di una resa

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di Claudia Izzo-

Una resitenza epica quella dell’acciaieria Azovstal di Mariupol, 11 km quadrati di struttura, una sacca di resistenza fino all’ultimo respiro che entrerà a pieno titolo nei libri di storia come tutto questo periodo assurdo che stiamo vivendo, intessuto di sangue e dolore, come ogni guerra.

Anche il famoso Battaglione Azov, dunque, ha alzato bandiera bianca. Sono 531 i soldati  che si sono arresi dopo le interminabii settimane di resistenza. La difesa dell’acciaieria in cui erano rintanati i militari ha assunto per tutto il tempo un grande valore simbolico che andava ovviamente al di là della struttura in sè. Ora i combattenti sono nelle mani dei russi con il loro comandante Propokenko e con Volynsky, comandante della 36° Brigata Fanteria di marina.

Quale sarà il loro destino, lo sa solo Dio, anche se i prigionieri di guerra, in base al Diritto Internazionale e alle Convenzioni di Ginevra, ratificate anche a Mosca, non possono essere sottoposti a maltrattamenti e il Comitato Internazionale della Croce Rossa deve poter avere libero accesso ai luoghi della detenzione.

Sarà così in una Russia in cui si parla ancora di “operazione militare speciale” e non di guerra, in una Russia che imbavaglia la verità e manipola la comunicazione?

Trincerata dietro l’idea di una denazificazione, con chiare mire di vendetta, la Russia potrebbe regalare i suoi prigionieri alle milizie della autoproclamate repubbliche di Donetsk o di Luhansk e si sa che, proprio qui, i prigionieri non sarebbero trattati proprio con i guanti bianchi visto che alcuni di questi militari sono accusati di atrocità e di crimini di guerra.

Corsi e ricorsi storici mentre il mondo occidentale attende le prossime mosse sullo scacchiere russo, in una guerra dove l’innocenza non esiste e chi è senza peccato scagli la prima pietra.

 

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