Si è concluso questo lungo periodo elettorale. Che sentiero prenderà il mondo?

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di Pierre De Filippo-

Ci eravamo lasciati, qualche settimana fa, con un quesito di primaria importanza: come cambierà il mondo a seguito degli imminenti appuntamenti elettorali?

Se ne contavano parecchi e tutti di grande importanza: la sostituzione del Primo ministro inglese, la conclusione del XX congresso del Partito comunista cinese, il ballottaggio brasiliano, le elezioni politiche in Israele e quelle di MidTerm negli Stati Uniti.

Con la conclusione di queste ultime – anche se parziali – possiamo quindi tracciare un bilancio di questa sessione elettorale così piena e provare a dare risposta alla domanda dalla quale eravamo partiti: in che direzione sta andando il mondo?

Nel Regno Unito, Re Carlo III ha affidato l’incarico di formare un nuovo governo a Rishi Sunak, esperto economista, uomo della finanza ma, soprattutto, primo Primo ministro di origini asiatiche e primo buddista ad abitare al 10 di Downing Street.

Simbolo del mondo che cambia.

E a cambiare sarà anche la sua politica economica, che dovrà correggere i marchiani errori del suo predecessore, cercando di far tornare quella fiducia nei confronti della perfida Albione che, da sempre, l’ha contraddistinta.

Certo, un ragionamento a proposito di questa sostituzione va anche fatto: Johnson – che aveva lasciato ad agosto – aveva vinto le elezioni; Liz Truss era sta scelta a succedergli dalla base elettorale conservatrice e Sunak ha avuto l’appoggio dei parlamentari del suo partito.

Una legittimazione via via più stretta, minimale, quasi a-democratica.

Anche questo deve farci riflettere.

In Cina, come da pronostici, Xi Jinping ha concluso l’Opa sul suo partito e sulla nazione, garantendosi un mandato a vita. È un bene o un male? È presto per dirlo. Xi sa bene che deve procedere senza scossoni e con prudenza. È questa la “nuova normalità” sulla quale ha dichiarato di voler basare il suo mandato.

Personalmente non credo cadrà in fallo come il suo collega Vladimir – è di ieri la notizia che le truppe russe hanno decretato l’abbandono di Cherson, città simbolo dell’invasione, sancendo la propria disfatta. Xi sa che il mondo è cambiato e che dovrà scendere a patti, a compromessi. O che, almeno, non dovrò tirare troppo la corda.

Di pochissimo, al ballottaggio brasiliano Lula la spunta su Bolsonaro. E questa, comunque la si pensi, è una buona notizia. Il Lula 2.0 – quello post-carcere, post-incriminazione, post-malattia, forse post-Lula – è diverso, più moderato, più rassicurante.

Sa che con uno sfidante così estremista non può giocare a chi estremizza di più. Con lui ci sono buone speranze che l’Amazzonia – il polmone del pianeta – sopravviva. E questa è, per tutti, la prima cosa.

In Israele, invece, termina l’esperimento politico di andare oltre Netanyahu. Il leader del Likud, partito di destra nazionalista, ha rivinto le elezioni sconfiggendo il suo rivale Lapid e si appresta a formare un governo con l’estrema destra di Itamar Ben-Gvir, astro nascente della politica israeliana. Non una buona notizia, vista la durezza con cui Netanyahu e company valutano il rapporto con la Palestina, le loro pretese su Gaza e la Cisgiordania e la muscolarità delle relazioni con il Golfo Persico.

Solo qualche tempo fa, Lapid aveva finalmente aperto alla possibilità – l’unica a parere di chi scrive – dei due Stati che oggi, con questi risultati, sparisce nuovamente dal tavolo delle opzioni.

Un peccato.

Infine, le elezioni di Medio termine in America: ci si aspettava la cosiddetta “onda rossa” – negli Usa il rosso è il colore dei repubblicani ed il blu quello dei democratici – ma così non è stato.

Il partito di Biden ha retto, perdendo molto probabilmente la Camera dei Rappresentanti ma con la concreta e realistica possibilità di mantenere il Senato.

Una cosa non da poco.

Ma se Trump non ha vinto e la sua corsa alla Casa bianca nel 2024 a questo punto incontrerà più di un ostacolo, il trumpismo – se per trumpismo riteniamo quel populismo di destra che abbiamo imparato a conoscere – ha di che rallegrarsi: Ron De Santis è stato confermato governatore della Florida, con un successo clamoroso. Correrà lui tra due anni?

Trump gli ha già fatto sapere di conoscere due o tre cose di lui che certamente non vuole vengano fuori. Il solito bullo.

De Santis regge, forte della sua affermazione. Il nuovo, diversissimo Trump.

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