Sarà Macron contro Le Pen

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Il primo turno delle presidenziali francesi non regala sorprese. Non regala sorprese per il risultato finale, non per come ci si è arrivati. Un po’ come la vittoria della Roma sulla Salernitana: semplice a scommetterla, meno semplice pensare che a dieci minuti dalla fine i granata fossero in vantaggio e che la Roma avesse fatto ben poco per cambiare il risultato.

A Parigi, essenzialmente, si è vissuto un contesto simile: da giorni – dalla guerra in Ucraina in poi – si era detto che al ballottaggio sarebbero andati Emmanuel Macron, Presidente in carica, liberale, europeista, “quello dell’establishment”, contro Marine Le Pen, sovranista, nazionalista, la “anti-establishment” per eccellenza.

Soprattutto dopo che, causa guerra, il radicalismo ancora più eccessivo, nei toni e nei temi, di Eric Zemmour – che, ricordiamo, aveva acquisito l’endorsment nientepopodimeno che di Jean-Marie Le Pen, padre della Marine – era stato ritenuto preoccupante e spaventoso da parte dei francesi. Meglio votare quindi per chi dice le stesse cose ma è ormai temprata da anni e anni di campagne presidenziali.

Inizialmente, i sondaggi danno avanti la Le Pen, di una incollatura ma pur sempre avanti.

Gli analisti si sbracciano nel sostenere che “i voti delle grandi città sono gli ultimi che giungono in conteggio, lì Macron recupererà”. Per la prima volta dopo anni e anni, questa volta gli analisti, i sondaggisti ci prendono davvero e Macron torna in vetta, vedendo luce tra sé e la Le Pen.

Iniziano – e questo è un dato sul quale sarà bene poi riflettere – le prese di posizione degli esclusi, le loro indicazioni di voto: si schierano convintamente con Macron Anne Hidalgo, candidata del fu Partito socialista, e Yannick Jadot dei Verdi.

Si schiera con Macron anche Valerie Pecresse, dei Repubblicani (centrodestra), che dice: “sono profondamente preoccupata per il futuro del nostro Paese, perché l’estrema destra non è mai stata così vicina alla vittoria”.

Che è come dire che Berlusconi fosse preoccupato per una eventuale vittoria di Salvini e Meloni.

“Endorsa”, per usare questo obbrobrioso neologismo, Macron anche Jean-Luc Melanchon, l’estrema sinistra populista di Francia. In nottata, però, i suoi voti iniziano a crescere e le sue speranze di agganciare la Le Pen si fanno concrete; allora, ritratta e aspetta. La Salernitana è in vantaggio. Poi la Roma recupera e la Le Pen va al ballottaggio.

Come cinque anni fa.

Ma il discorso sarebbe monco se mancasse una comparazione con l’Italia: il Partito socialista – se vogliamo, il PD – e i Repubblicani – se vogliamo, ciò che è stato il Popolo delle Libertà – raccolgono insieme il 6,5% dei voti. Un’inezia.

I primi quattro partiti – La Republique en Marche (Macron), Rassemblement national (Le Pen), La France Insoumise (Melanchon), Reconquete (Zemmour) – che, insieme, raccolgono quasi l’80% dei voti, non sono partiti istituzionali. Di quelli che godono di una storia, di una ideologia sedimentata negli anni, di ex presidenti.

Sono, rispettivamente, le tre categorie del presente: gli europeisti liberal-democratici (e il trattino, qui, è la cosa più importante), i populisti di destra e i populisti di sinistra.

Renzi o Calenda contro Meloni e Fratoianni, essenzialmente.

In gioco c’è, al ballottaggio, il futuro della Francia ed il futuro dell’Europa: lo scontro delle civiltà di cui parlava Huntington si ripete. E questa folle guerra dovrebbe averci insegnato quanto importante sia la democrazia, pur con le sue pecche, pur con le sue ambiguità.

Così posta la questione, non dovrebbe essere difficile capire quale scelta sarebbe per il nostro continente la migliore.

 

https://creativecommons.org/licenses/by/2.0

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