Perché Macron ha ragione quando dice che la Russia non va umiliata

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-di Pierre De Filippo-

Macron è oggi, con Draghi, il politico, l’istituzione più autorevole d’Europa, senza dubbio.

Il passaggio dalla Merkel a Scholz ha indubbiamente indebolito la Germania, lasciandola in balia delle sue contraddizioni nei confronti della Russia, a cominciare dalla grande dipendenza energica che non si è preoccupata di limitare in questi ultimi anni.

Macron, invece, è saldo e determinato, a maggior ragione dopo aver avuto la meglio sulla Le Pen al ballottaggio di primavere ed aver acquisito la certezza di sedere all’Eliseo per altri cinque anni.

Da questa posizione privilegiata, qualche giorno, commentando le mosse di Putin, ha detto: “si è isolato. Isolarsi è una cosa ma riuscire ad uscirne è un percorso difficile”.

Ha però aggiunto che “la Russia non va umiliata in modo che, il giorno in cui i combattimenti cesseranno, possiamo aprire una via d’uscita con mezzi diplomatici”.

È, chiaramente, venuto giù il finimondo. Il Ministro degli Esteri di Kiev Kuleba ha risposto piccato che la Russia si sta umiliando da sola, senza il bisogno di qualcuno che glielo imponga. E ha fatto capire che, ora che la guerra sta diventando di logoramento ed il logoramento premia più Mosca che Kiev, non è certo il tempo di infragilirsi o iniziare a solidarizzare col nemico in una sorta di sindrome di Stoccolma collettiva.

Lo stiamo dicendo dal primo giorno di guerra e conviene ribadirlo anche oggi che abbiamo superato quota cento: gli ucraini, gli aggrediti, hanno sempre ragione, o perlomeno, si deve sempre tendere a comprendere il loro stato d’animo.

Ma comprenderli non significa appiattirsi sulle loro posizioni perché mai come in una guerra – che è lo spauracchio di chiunque lavori per una quotidianità normale – il principio di realtà non deve mai mancare.

 

Facciamo un passo indietro per capire meglio: 1919, ai negoziati di pace di Versailles, Clemenceau, Lloyd George impongono a Wilson durissime sanzioni alla Germania. A nessuno interessa che le riparazioni siano commisurate alla distruzione, a tutti interessa soltanto umiliare la Germania.

Tra loro c’è un altro uomo, è un tecnico, non un politico: si chiama John Maynard Keynes, che diventerà l’economista più celebre del XX secolo ed uno dei più celebri nella storia.

Cerca di far capire agli statisti che, con quel comportamento, non faranno altro che esacerbare il revanchismo tedesco, il suo spietato nazionalismo.

In poche settimane scrive un’opera – Le conseguenze economiche della pace (non della guerra, della pace) – in cui preconizza tutto ciò che sarebbe accaduto nel decennio successivo: Hitler, il nazionalismo imperante, il tutti contro tutti, la guerra mondiale, la seconda.

Tutto perché, ciecamente, si è scelto di umiliare la Germania.

 

Noi oggi siamo chiamati ad avere un rinnovato sangue freddo, a sposare totalmente il pragmatismo, a fare i conti con la realtà.

La Russia non è più quell’organizzato apparato che, per settant’anni, ha fatto le sue fortune e le sue sfortune. Non c’è più quel sistema che “depose” Kruscev dopo l’ennesima mattata, non c’è più il grigio funzionario del KGB, non c’è più nulla di quel mondo che riusciva a governarsi da solo.

Oggi, c’è l’uomo solo al comando. La Russia è Putin e Putin è la Russia, un po’ come il Re Sole.

“Umiliare la Russia” – che non significa non farle pagare le sue colpe – equivarrebbe ad ingenerare in un popolo così orgoglioso, così pomposo nel suo credersi più colto, più ricco, più potente degli altri, un sentimento di tale frustrazione che rischieremmo di non controllare più.

E non possiamo permetterci, in nome di una emotività che ci porterebbe lontano, di fare più danni che altro, che la toppa sia peggiore del buco.

Alla lunga, questo principio verrà condiviso da tutti, ucraini e russi in testa.

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