Mondiali Qatar 2022, quei circa 6500 operai morti nel silenzio

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A ottobre scorso una trentina di club dilettantistici hanno promosso un boicottaggio dei Mondiali. A novembre i tifosi del Parma hanno esposto uno striscione allo stadio in segno di  protesta. I tifosi del Cosenza sabato 12 novembre, seguiti da quelli del Bologna, hanno esposto a loro volta uno striscione durante una partita di serie A sui diritti umani in Qatar. A contestare sono stati per primi i club di calcio norvegesi, poi la Nazionale. Si sono fatti sentire gli australiani ed ancora altri 32 paesi. L’Italia sembra che non abbia brillato in solidarietà.

Ma cosa è successo? Facciamo un passo indietro.

12 anni fa è stato assegnato il torneo al Qatar. Ma Qatar 2022 si ricorderà anche per i circa 6500 operai morti. Un mondiale, questo del Qatar 2022 che cela storie di accuse, sospetti e corruzione.

Ma cosa vuol dire che vi sono stati circa 6500 morti per la realizzazione di un mondiale?

Amnesty International aveva diffuso un report nel 2013 in cui denunciava infatti lo sfruttamento dei lavoratori migranti in Qatar, ma è nel 2014 che il Guardian inizia a parlare di 185 morti, poi arriva nel 2015 il Washington Post, che cita 1200 operai morti. L’inchiesta fu definita oltraggiosa dal governo qatariota. Difficile sapere il numero esatto se all’epoca dell’inchiesta del 2015 secondo il governo del Qatar non vi era stato nessun decesso nei cantieri. Una sorta di “show must go on”. A qualsiasi prezzo. Per il governo del Qatar delle 6500 vittime solo 37 lavoravano nei cantieri messi su per i Mondiali 2022. Di questi soltanto 3 erano classificati come morti sul lavoro.

Da 3600 a 3. Qualche dubbio viene. A questo punto o si mettono in discussione le varie autorevoli testate giornalistiche che hanno realizzato le inchieste o i dati offerti dal governo del Qatar.

Dietro  la tenda del Qatar 2022, bisogna capire che oltre agli stadi sono stati costruiti edifici, strade, hotel, strutture collegate ai Mondiali, sorte in vista dell’evento. I turni massacranti, la totale assenza di misure di sicurezza sul lavoro, le condizioni climatiche certo non favorevoli, hanno debilitato il fisico degli operai stremato in modo continuativo. Se non si moriva nel cantiere, si moriva a causa del lavoro massacrante senza dunque che questa fosse considerata dalle autorità morte sul lavoro, tantomeno da lavoro, bensì morte per cause naturali.

I dati si aggiornano, scende un campo Amnesty International con nuovi report che coprono un lasso di tempo tra il 2010 ed il 2019: sarebbero 15000 gli stranieri morti nel Qatar. Dati da far accapponare la pelle.

Dietro tutto ciò bisogna anche capire cosa sia la kafala, una sorta di schiavitù moderna in cui il Qatar non ne esce bene, visto come un vero e proprio paese schiavista. La kafala infatti è un sistema su cui si regge un assurdo sfruttamento, che va a regolare il rapporto lavorativo con gli immigrati che arrivano nel Qatar, ma anche in Arabia Saudita, Oman, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait. Gli immigrati vivono in squallide baraccopoli e  consegnano addirittura il passaporto ad un garante che esercita su di loro vari diritti, in modo che questi non possano disertare il posto di lavoro. Gli immigrati non hanno dunque diritti ma rappresentano la vera forza lavoro del Qatar.

Se dopo pressioni varie degli altri stati, la kafala sembrava si stesse ridimensionando, la situazione non è assolutamente così. Con l’irrisorio stipendio gli immigrati non riescono a fare molto, così la vita si riduce a lavorare, mangiare e dormire, creando così una vera e propria apartheid. Una vita senza speranza di altro.

E’ il caso di dire che i Mondiali 2022 rappresentano l’ostentazione della ricchezza di un popolo che attraverso lo sport cerca di emergere in un cotesto globale, senza comprendere che proprio lo sport porta in sè valori universali di uguaglianza  che sono incompatibili con la visione schiavista dello stato qatariano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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