La Russia rimanda i festeggiamenti a Mariupol per la vittoria

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-di Pierre DeFilippo-

Le celebrazioni per la vittoria russa, sostiene il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, sarebbero “impossibili per ovvie ragioni”. La data prestabilita era quella del 9 maggio, la stessa in cui – settantasette anni fa – l’Unione Sovietica festeggiava la fine della Seconda guerra mondiale a seguito della resa tedesca. Era stato proprio Vladimir Putin a rispolverare questa ricorrenza una quindicina di anni fa, imbandendo a festa la piazza Rossa.

A Mariupol, il Cremlino avrebbe voluto ripetere i festeggiamenti, sancendo, di fatto, la vittoria della guerra – della guerra combattuta fino a questo momento – e aprendo magari altri fronti verso Ovest.

Si sa, le manie di grandezza sono difficili da scardinare.

Ed invece niente, questi festeggiamenti sono, per citare Peskov, “impossibili per ovvie ragioni”, principalmente riconducibili al fatto che, ad oggi, da festeggiare ci sia ben poco, che le zone solidamente in mano russe sono ancora poche e che, soprattutto, l’inerzia della guerra sia ancora troppo incerta per pensare di piantare già una bandiera in segno di vittoria.

Ma l’intelligence ucraino è concorde nel dire che la popolazione civile non deve assolutamente abbassare la guardia. L’annullamento dei festeggiamenti avrà, come è facile immaginare, esacerbato ancor di più la frustrazione russa e, dunque, può ancora succedere di tutto.

“Gli occupanti russi potrebbero organizzare massicci bombardamenti di vari insediamenti per aumentare il terrore nella popolazione civile”, proprio perché l’esercito russo “non riesce ad ottenere risultati significativi al fronte prima del Giorno della Vittoria”.

Per questo l’allerta è massima.

A questo si aggiunge ciò che sta accadendo nell’acciaieria Azovstal, dove la situazione è sempre più critica. Riporta l’Ukrainska Pravda che il battaglione Azov, su Telegram, avrebbe riferito che “durante il cessate il fuoco nel territorio dell’acciaieria Azovstal le truppe russe hanno sparato si un’auto che stava trasportando dei civili per evacuarli dalla fabbrica. Un soldato è stato ucciso e sei sono rimasti feriti…”

Il canovaccio della guerra è sempre lo stesso: le forze russe, in difficoltà, individuano degli obiettivi strategici e li colpiscono quasi a voler mandare agli ucraini degli avvertimenti.

Dalle centrali nucleari ai porti del sud, dalle principali arterie di collegamento alla attuale acciaieria, i russi stanno ulteriormente dimostrando di non essere in grado – economicamente e militarmente – di combattere una guerra totale, sul campo, facendo valere la propria imponenza rispetto ad un avversario più piccolo, povero e disorganizzato.

Sul fronte della diplomazia le schiarite sono ben lontane dal palesarsi all’orizzonte; vi sono, però, delle schiarite all’interno dei due fronti: in primis, quella tra Ucraina e Germania rispetto al ruolo del Presidente federale Steinmeier. Zelensky aveva fatto sapere che non era persona gradita a Kiev per la sua vicinanza col mondo russo. Ora pare che, grazie alla mediazione del Cancelliere Scholz, il recalcitrante Volodymyr stia scendendo a più miti posizioni.

L’altro chiarimento significativo è stato quello tra Naftali Bennett, Primo ministro israeliano, e Putin. Bennett aveva richiamato l’ambasciatore russo a Gerusalemme dopo che Lavrov aveva definito Hitler “un ebreo”, una leggenda antistorica.

Putin si sarebbe scusato – e poco non pare – con Bennett, indebolendo, di fatto, l’autorevolezza già abbastanza discussa del suo Ministro degli Esteri.

Dal versante europeo, infine, la Presidente del Parlamento europeo, la maltese Roberta Metsola, a proposito dell’autonomia energetica da Mosca, ha detto: “Dobbiamo usare questa crisi per creare finalmente l’Unione dell’energia di cui parliamo da anni: connettere i Paesi oggi staccati dal punto di vista energetico, trovare Paesi terzi affidabili e non ultimi, come ha suggerito il Presidente Draghi, stipulare contratti d’acquisto ed avere riserve comuni…”.

“Come ha detto il Presidente Draghi”.

Forse, nella nostra storia non avevamo mai avuto un leader politico così influente, così rispettato, così unanimemente apprezzato.

Sarebbe il caso di non disperdere queste energie, di non sprecare questa opportunità.

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