La nemesi ucraina

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di Giuseppe Esposito

 La politica miope ed al tempo stesso aggressiva degli americani ha coinvolto l’Europa in una crisi i cui sbocchi sono a tutt’oggi imprevedibili e gravissimi. Nello stesso tempo i governanti dei paesi europei si sono accodati passivamente ai dictat di Washington senza mai fermarsi a riflettere su come salvaguardare i propri interessi, che non coincidono per niente, con quelli d’oltreatlantico.

La prima domanda che bisognava porsi era legata al  motivo per cui ci si mobilitava, compatti, a difesa dell’Ucraina. La motivazione ufficiale, assai ipocrita è stata che bisognava assistere una democrazia, quella ucraina, attaccata del regime oligarchico di Mosca. Ma ora, dopo quasi cinque mesi di guerra il vero obbiettivo è alla fine emerso ed è quello che l’amministrazione di Joe Biden voleva sfiancare Putin e provocare un regime change in Russia. Obbiettivo che, come è sotto gli occhi di tutti, è platealmente fallito. Sarebbe perciò il momento di svelare quell’inganno, quella ipocrisia di una guerra in difesa della democrazia, poiché, come si comincia, da qualche parte ad affermare, in Ucraina la democrazia era piuttosto latitante.

Spigolando nel mare magnum della informazione ci si può imbattere in qualcuno che, come il giornalista di lungo corso Paolo Di Mizio, su “La Notizia”, ha affermato che “l’Ucraina sta alla democrazia come il diavolo all’acqua santa”.

Qualcuno potrebbe sospettare che una tale affermazione sia frutto solo della fantasia di chi ha scritto, ma l’autore porta a conforto delle sue parole, quelle di organi di stampa autorevoli e non certo in odore di filoputinismo. Ad esempio egli cita il “Guardian” del 13.06.2022, su cui si legge, a proposito dell’Ucraina: “Un paese dominato dalla corruzione di oligarchi cleptocrati.”

Oppure riporta quanto scritto, il 19.03.2018, dall’agenzia di stampa britannica Reuters: “Due giornalisti assassinati, ma la polizia arresta i dimostranti e non i neonazi.

È poi la volta della rivista americana News Week, in cui, il 9.10.2014, si poteva leggere: “In Donbass gli ucraini decapitano come l’ISIS … un oligarca offre una taglia per ogni russo catturatio.”

Né manca un giornale italiano come “La Stampa” di Torino, che il 13.11.2014 riportava: “I neonazisti, tollerati, usati e premiati.”

Invece su “New Europe”, il 13.11.2014 si leggeva, sempre a proposito dell’Ucraina: “Governo sempre più corrotto e autoritario.

A partire, invece, dal 24 febbraio di quest’anno, Zelenskij che di quel governo era a capo, è stato santificato ed ha cominciato a comparire dappertutto per redarguire tutti i governanti europei accusandoli di esser troppo tiepidi nel sostegno al suo paese, spronandoli ad inviare sempre più armi ed ad inasprire sempre più le sanzioni contro la Russia, quelle stesse  sanzioni che sembra abbiano danneggiato più le economie europee che l’obbiettivo che doveva essere il paese di Putin.

Il risultato che si è ottenuto è stato quello di rafforzare il rublo e di spingere Putin sempre più nelle braccia della Cina e di tutti gli altri paesi che non hanno mai appoggiato le iniziative euroamericane. In questo modo Cina ed India si sono ritrovati ad acquistare il gas ed il petrolio russi a prezzi scontati, mentre per le economie europee è iniziata una agonia che rischia di soffocarle del tutto. In questo modo, grazie alla cedevolezza irragionevole nei confronti dell’America, gli europei si sono visti sfuggire la possibilità di creare un proprio sistema di difesa autonomo e di poter svolgere nel mondo una funzione equilibratrice, che solo al nostro continente poteva competere.

Ora tutta quella classe politica che ha voluto questa folle politica, questa guerra indiretta dell’America contro la Russia di Putin, sembra essere vittima di una strana nemesi, una nemesi che potremmo chiamare nemesi ucraina.

La nemesi parte da Joe Biden che con la guerra alla Russia di Putin voleva far dimenticare l’ignominiosa ritirata dall’Afghanistan  ha invece visto l’avventura ucraina rivolgersi contro di lui come un boomerang. Infatti gli effetti economici di quella guerra cocciutamente voluta, grazie alle reiterate provocazioni alle porte della Russia, hanno fatto si che il suo gradimento presso gli elettori americani siano scesi ad un minimo mai raggiunto da alcun politico di quel paese e le elezioni di Midterm sono vissute dal partito democratico come un incubo. La certezza che si va profilando per le prossime elezioni è la perdita del controllo democratico su entrambi i rami del Parlamento. Per come si sono messe le cose siamo prossimi alla fine politica di Sleepy Joe.

In Inghilterra, il Premier Boris Johnson, che più di tutti si è dimostrato aggressivo nei confronti della Russia, è stato messo in difficoltà da una serie di scandali e spinto alle dimissioni dal suo stesso partito che egli aveva scalato con estrema disinvoltura facendo ricorso alle più grevi trame  verso quanti potevano ostacolarlo.

In Francia alle recenti elezioni Macron ha dovuto subire una sonora sconfitta con la perdita di una consistente porzione di seggi, per cui ha perso la maggioranza nella Assemblée National, grazie al successo di Marine Le Pen e di Melenchon.

In Germania il cancelliere Scholz ha perso le elezioni in Nordreno-Westfalia, il lander più popoloso della Germania, e sembra avviato anch’egli ad un quasi certo declino politico.

In Italia Mario Draghi arrivato come un supereroe a salvare il paese, si trova a capo di una maggioranza larga ed eterogenea ma le cui divisioni interne gli impediscono di portare avanti qualsiasi iniziativa. Anzi sembra, ad ogni piè sospinto che il governo rischi di cadere.

Paradossalmente gli unici ancora saldamente in sella sembrano essere quelli più favorevoli alla Russia di Putin,  Victor Orban in Ungheria e Aleksandr Vucic in Serbia. Orban che ogni volta ha cercato di impedire l’approvazione dei pacchetti di sanzioni contro Putin e Vucic che è l’unico a non aver soppresso i voli tra Mosca e Belgrado.

Oggi insomma i tre leader più rappresentativi quali Macron, Scholz e Draghi appaiono assai più deboli e le riforme da loro caldeggiate quali l’abolizione del vincolo dell’unanimità nei processi decisionali dell’Unione, sono praticamente arenate.

Ci sarebbe davvero da riflettere circa questa nemesi, legata, forse, al fatto che questa classe dirigente ha perso il contatto con i cittadini dell’Unione e decide senza tener conto della loro volontà, pur di seguire pedestremente un orientamento acriticamente atlantista . Sarebbe forse il caso di un rinnovamento radicale di questa classe al potere vista la brutta prova fin a qui fornita. Possiamo chiudere rivolgendo ai politici un pressante invito a meditare. Sebbene siamo convinti che non servirà a nulla, poiché tale classe politica ha dimostrato di esserne incapace.

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