La difficoltà di chiamarsi Ursula

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di Pierre De Filippo-

L’Uganda – che vogliamo immaginare fondata da un certo Ugo – confina a nord col Sud Sudan, a est con il Kenya, a sud con la Tanzania e con il Ruanda e a ovest con la Repubblica democratica del Congo. La sua capitale è Kampala mentre le lingue ufficiali sono l’inglese e lo swahili.

Ha anche un Ministro degli Esteri l’Uganda: il signor Odongo Jeje, militare e politico di vecchia data.

Dobbiamo ammettere di non conoscerlo, mai avevamo sentito pronunciare prima il suo nome e, con estrema difficoltà, riteniamo di sentirlo ancora. Ma, come sosteneva ormai qualche decennio fa Andy Warhol, ciascuno otterrà i suoi quindici minuti di popolarità ed il Ministro Jeje non poteva essere da meno.

L’occasione s’è data grazie all’importante vertice Ue/Ua, Unione Europea-Unione Africana. Attesa da tempo, non si era più riusciti ad organizzare l’evento a causa della pandemia che ci ha invasi tutti e delle continue capitolazioni democratiche che il continente africano ha vissuto negli ultimi tempi. Alla fine si è riusciti a raggiungere una quadra ed è lì che Odongo ha goduto della sua popolarità. In fila indiana a ricevere i saluti c’erano Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, Emmanuel Macron che, con la sua Francia, ha il semestre di presidente al Consiglio Ue e lei, Ursula Von der Leyen, impettita come sempre, con un completo nero ed una giacca rossa.

Odongo arriva, le passa davanti ignorandola, stringe la mano a Michel e a Macron e si mette in posa per la foto. Come se nulla fosse.

Volto sorridente, capoccia pelata, completo blu e sciarpa rossa, non ci pensa nemmeno a salutare una femmina.

Attimi di panico e deja vu: ecco avrà pensato Michel, ci risiamo. Ma, come col sofagate ad Ankara – quando il simpatico Erdogan l’aveva fatta accomodare su un divano, dopo averla lasciata lì in piedi per un po’ – anche in questa occasione il belga non s’è scomposto, non s’è degnato di intervenire in sua difesa. Ci ha pensato Macron a spingere Jeje a salutare Ursula. Più e più volte. L’ugandese, alla fine, s’è girato, l’ha guardata, ha fatto cenno con la testa e le ha scambiato qualche parola, forse chiedendole se fosse riuscita a stendere la lavatrice con quei nuvoloni che si profilavano all’orizzonte.

Ora, tre sono le questioni in rilievo, le domande: la prima è come mai Ursula non abbia ancora bucato le ruote all’auto di Michel, che continua a maltrattarla e a non prendere le sue difese. Una sorta di uomo medio, senza arte, parte e attributi e senza nemmeno un gran gusto. Non un galantuomo.

La seconda domanda è: ma sarà qualcosa di specifico che riguarda proprio i Ministri degli Esteri? Sembra un accanimento verso una categoria che, negli anni scorsi, ha goduto di ampia legittimazione ed autorevolezza. Ora, in Uganda hanno l’amico Odongo, il nostro piazza Pinochet in Venezuela e chiama “Ping” il leader cinese, che è come se Xi Jinping lo avesse chiamato Giggino.

Che problemi hanno i Ministri degli Esteri, dunque?

La terza domanda è meno faceta: ci vuole tanto, ci vuole davvero tanto ad accettare che una donna possa rappresentare un’istituzione e che un’istituzione possa essere rappresentata da una donna? Non mi sembra.

Questo fine settimana s’è tenuto il primo, fondativo congresso di Azione. Domenica

mattina, intervenendo, Emma Bonino è tornata sul tema: “una donna ha bisogno di essere tre volte più brava, tre volte più preparata, tre volte più capace rispetto ad un uomo per essere considerata. Ma non preoccupatevi, non è così difficile”.

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