Intervista all’artista Nijad Abdul Massih: uno sguardo sul suo Libano

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Roma- Sono ancora vive nelle nostra mente le terribili immagini del 4 Agosto dell’esplosione avvenuta nel porto di Beirut (ben 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio che era immagazzinato da anni) che ha completamente devastato una buona parte della città, provocando quasi 200 morti con decine di persone ancora disperse. Dopo attimi di angoscia e incredulo stupore ho contattato un artista libanese mio amico che vive a Roma da tanti anni Nijad Abdul Massih: regista, fotografo e artista, da più di 10 anni cittadino italiano.

Gentilmente mi dà la possibilità conoscere meglio la sua storia, e di comprendere i sui stati d’animo e le sue riflessioni sulla questione socio-politica libanese che risulta essere, a noi italiani, quasi sconosciuta.

Lui esordisce ringraziando me e il giornale SalernoNews24 per la possibilità, attraverso il nostro feed, di fare le sue condoglianze alla gente del suo paese e a tutte le famiglie che hanno perso qualcuno in questa terribile esplosione d’inizio agosto.

 –Dopo quelle immagini il tuo pensiero adesso, in primis, a chi va?

Ai più di 6000 feriti, alle 175 persone morte fino ad ora e a coloro che sono tutt’ora dispersi, nonché alle 300.000 famiglie ancora senza un tetto.

 –Mi puoi parlare in sintesi delle problematiche presenti in Libano?

I problemi del Libano risalgono a molto prima della crisi attuale. I conflitti che infiammano il Medioriente, a partire da quello israelo-palestinese e proseguendo con la guerra in Iraq e in Siria, hanno riversato sul Libano un fiume di oltre 2 milioni di profughi in fuga dalla morte e dalla distruzione. I libanesi sono un popolo che ama la vita, generoso e accogliente di natura. Ma una piccola nazione di 10.452 km quadrati non può far fronte da sola a una tale emergenza umanitaria.

In questa situazione, la corruzione degli ex-miliziani che da 30 anni a questa parte governano il paese ha letteralmente messo in ginocchio la popolazione.

 Fammi un esempio pratico delle difficoltà che subiscono i libanesi in questo momento.

A causa della crisi economica innescata dalla corruzione del governo, i libanesi sono impossibilitati da più di un anno a prelevare i propri risparmi dai loro conti correnti. La Lira libanese ha perso circa l’80% del proprio valore, in un paese che dipende dalle importazioni anche per i generi alimentari. La disoccupazione giovanile ha superato il 50% e la nuova generazione è costretta ad emigrare per poter sopravvivere. Il furto di risorse pubbliche non ha mai consentito l’introduzione di un vero e proprio stato sociale, in Libano non esiste un sistema pensionistico e l’assistenza sanitaria di qualità è solo a pagamento.

I partiti politici sono espressione delle diverse fedi religiose presenti (cristiani e musulmani di diverse correnti, dagli ortodossi ai protestanti, dai sunniti agli sciiti) e le cariche pubbliche vengono spartite tra i loro esponenti.

-Ricordo di una rivolta avvenuta l’anno scorso, me ne puoi parlare?

Il 17 ottobre del 2019 è nata una rivolta spontanea proseguita fino ad oggi, con migliaia di persone scese in piazza per contestare lo stato di fatto e pretendere un cambiamento, a partire da una reale laicità dello Stato e dall’affermazione di un principio meritocratico nella gestione della cosa pubblica. Ma queste istanze sono rimaste totalmente ignorate dal governo e dai media di tutto il mondo.

 –Secondo te, noi italiani siamo realmente consapevoli della situazione socio-politica o abbiamo le idee confuse a tal riguardo?

 L’esplosione del 4 agosto ha acceso finalmente i riflettori su Beirut e sui problemi del paese, ma allo stesso tempo sta rappresentando la triste conferma della superficialità e disinformazione di chi parla del Libano: fa male sentir esprimere condoglianze al popolo libico anziché a quello libanese (con tutta la solidarietà possibile per quel popolo afflitto da anni di guerre), così come è deprimente guardare alcuni servizi televisivi sulle reti pubbliche italiane, in cui si chiede a dei corrispondenti israeliani a Gerusalemme di illustrare la situazione del nostro paese. La conoscenza che gli italiani hanno del Libano è rimasta ferma all’immagine di “Svizzera del Medioriente” che il mio paese aveva negli anni 60, perché da allora i media si sono dimenticati di noi.

E’ difficile raccontare in poche righe 30 anni di ingiustizie, crisi economiche e politiche, conflitti militari che si sono riversati su di noi dai paesi limitrofi, scontri religiosi e vere e proprie invasioni. Considerati gli anni terribili del dominio turco sul Libano nei primi del ‘900, è a dir poco beffardo sentire Erdogan offrirsi di ricostruire il porto distrutto dall’esplosione… Sarebbe già tanto che riconoscesse i problemi che la Turchia ci ha causato tramite l’olocausto del popolo armeno, cui il Libano ha dato rifugio.

Ma ciò che è importante è il presente e il futuro della mia gente.

-In conclusione, ci puoi dare una tua riflessione su ciò che è accaduto a Beirut e sul suo possibile futuro?

Vogliamo anzitutto delle indagini obiettive su ciò che è accaduto a Beirut nei giorni scorsi, con la collaborazione di organismi internazionali che garantiscano la veridicità dei risultati, minata dalle evidenti responsabilità e negligenze degli ultimi governi.

Vogliamo nuove elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite, affinché’ gli aiuti internazionali non finiscano nelle mani del governo attuale.

Vogliamo che venga assicurato alla giustizia chi ha depredato il Libano delle sue risorse.

In questa fase c’è bisogno di aiuti per beni di prima necessità e soprattutto per l’assistenza sanitaria, già messa a dura prova dalla pandemia in corso.

Per questo ho deciso di contribuire col mio lavoro di artista, mettendo all’asta le mie opere, tutti pezzi unici di arte contemporanea inizialmente destinati ad una mostra personale prevista ad Amsterdam prima del Covid19, e donando tutto il ricavato a questa causa.

Grazie a tutti coloro che decideranno di aiutare il bellissimo e sfortunato “paese dei cedri” Libano.  E Grazie ad Andrea Aleotti per avermi aiutato a rispondere a questa intervista.

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