Il 9 maggio di Putin: una manifestazione sottotono

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-di Pierre De Filippo-

Si è tenuta perché non poteva essere altrimenti ma, c’è da starne certi, lo stato d’animo dei russi, a cominciare dal suo capopopolo, non è dei migliori. L’avrebbero evitata se solo avessero potuto.

Ed invece, soprattutto in un momento come questo c’è da rimanere attaccati alla pubblicità, alle manifestazioni di forza e di compattezza, alle prosecuzioni della routine come se niente fosse.

Come se l’armata russa non avesse manifestato tutta la sua inadeguatezza.

A Putin, questa volta, è mancato anche il tempismo: la storia russa, quella militare in primis, si giova di un potentissimo e silente alleato: l’inverno. Cominciare una guerra – a Mosca la chiamano operazione speciale ma sempre di una indiscriminata aggressione ad un Paese sovrano si tratta – al volgere della bella stagione non è stata, per usare un eufemismo, una scelta felicissima.

“Compagni ufficiali, sottufficiali, compagni generali e ammiragli, mi congratulo con voi per il settantasettesimo anniversario della grande vittoria”.

Nella Piazza Rossa di Mosca, accanto a Putin, figurano i superstiti della Seconda Guerra Mondiale. Sarebbe curioso e stimolante sapere cosa pensano loro, quelli che la guerra l’hanno fatta e conosciuta davvero, di questa operazione che si sta trasformando in farsa, se non fosse per il dramma che dietro vi si cela.

Putin rimane silente su Mariupol – nemmeno un accenno –, sulla vittoria del conflitto o su un suo inasprimento. Non ha fornito un indirizzo militare, non ha dato scadenze né obiettivi.

Nulla, come se in Ucraina non si stesse combattendo.

Dmitry Peskov lo aveva detto: nessuna parata aerea e nessun festeggiamento per nessuna vittoria.

Le condizioni sono ancora “avverse”.

Due soli i riferimenti all’attualità, che ci aiutano a comprendere in che direzione sta andando il conflitto.

Il Donbass, dove “anche ora in questi giorni” ha detto rivolgendosi ai militari “voi state combattendo nella nostra terra e per la nostra gente, per la sicurezza della patria”.

E la Crimea. “La Nato si stava preparando per attaccare la Crimea. A quel punto, uno scontro con i neonazisti era inevitabile…”.

Donbass e Crimea. Cosa Putin vuole conservare e cosa vuole conquistare alle condizioni date.

La Nato voleva davvero attaccare la Crimea? Non c’è nessuna informazione, nessun dato, nessun presagio che possa concorrere a ritenere questa informazione veritiera.

Pare più il classico arrampicamento sugli specchi.

È vero che il patto tacito di non allargare la Nato ai Paesi post-sovietici non è stato rispettato ma sono ormai passati venticinque anni e, se momenti di tensione ci sono stati, certo non sono derivati dalle intemerate occidentali.

Negli ultimi giorni, era stata paventata una certa apertura da parte di Zelensky rispetto ai territori della Crimea: secondo alcuni, il presidente ucraino si sarebbe rassegnato all’idea di perdere la penisola per poter rivendicare con maggiore forza i territori del Donbass.

Pare – non è semplice stabilirlo in una guerra che è anche comunicativa – che Zelensky non abbia, in realtà, sostenuto niente di simile.

Il fatto che Putin faccia riferimento al Donbass, dove si combatte ormai da otto anni, la dice lunga su quanto le ambizioni russe siano state ridimensionate nel corso del tempo.

Cosa aspettarci, dunque?

La Russia non potrà che pretendere la Crimea e il Donbass; qualsiasi conclusione del conflitto con meno di ciò rappresenterebbe, probabilmente, la fine della stella di Putin.

D’altra parte, “concedere” al Cremlino questi territori equivarrebbe a lasciare in mano agli avversari una seria ipoteca su una futura divisione in due dell’Ucraina che – come diciamo da tempo – è il vero obiettivo di Mosca.

Per questo motivo, anche per questo motivo, Kiev deve continuare a resistere e l’Occidente deve, con sano realismo, sostenerla, capendo però anche dove fermarsi per evitare una distruttiva escalation.

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