Home Dal mondo Habeas corpus: il caso della piccola Indi Gregory

Habeas corpus: il caso della piccola Indi Gregory

0

di Pierre De Filippo-

Da giorni, il caso della piccola Indi Gregory sta tenendo banco sui giornali di mezzo mondo. Indi è inglese, ha otto mesi e soffre di una malattia mitocondriale incurabile che la sta portando, lentamente, alla morte.

I suoi genitori, Dean e Claire, si stanno battendo sin dalla nascita affinché alla propria bambina siano garantite e somministrate tutte le cure necessarie a garantirle la sopravvivenza. Per il tempo che le resterà.

Ma, dopo otto mesi, tutti trascorsi presso il Queen’s Medical Centre di Nottingham, i giudici inglesi hanno stabilito che, per tutelare il maggiore interesse della minore, la proverbiale spina vada staccata. Chiaramente, la decisione presa dai giudici si è basata sui consulti medici che, costantemente, sono stati eseguiti.

La scienza ha, dunque, posto la parola fine all’esistenza della piccola Indi.

 

Qui è entrato in ballo il nostro governo: la Premier Meloni ha convocato d’urgenza un Consiglio dei Ministri per conferire ad Indi la cittadinanza italiana, in maniera tale da consentire ai suoi genitori di trasportarla al Bambin Gesù e permetterle di proseguire le cure.

I medici del Bambin Gesù non è che si fossero allontanati molto dalla prognosi infausta dei colleghi inglesi; avevano semplicemente detto che, a parer loro, il punto di non ritorno, imminente, non era ancora arrivato e che, quindi, si poteva procedere con le cure palliative.

I giudici inglesi si sono nuovamente espressi e, ancora una volta, hanno stabilito che no, Indi non può arrivare in Italia, non può essere trasferita e che, ancora una volta a tutela del suo supremo interesse, l’accanimento nei suoi confronti debba cessare.

Sabato 11 novembre, l’ospedale ha fatto sapere di aver interrotto la ventilazione assistita e di aver iniziato i palliativi che, lentamente, l’hanno accompagnata alla morte, lunedì all’1.45.

Il papà Dean ha detto che lui e sua moglie sono “arrabbiati, affranti e pieni di vergogna”.

Come per tutti i temi che con così tale profondità toccano la vita nella sua essenza, non ci si può esimere dal porsi delle domande, molto spesso esistenziali.

E, voglio dirlo subito, dal coltivare il dubbio. Le granitiche certezze vanno, inevitabilmente, a scontrarsi con posizioni tutte comprensibili e legittime, oltre che fortemente soggettive.

Qualche spunto per riflettere, come sempre.

Il dato macroscopico che emerge è l’importante differenza che c’è tra Italia e Inghilterra. Nel nostro Paese, i casi che si sono succeduti – e, tra questi, quello di Eluana Englaro è entrato, suo malgrado, nell’immaginario collettivo – hanno visto la famiglia spingere per “staccare la spina” e lo Stato resiliente e oppositivo. Al minimo, prudente.

L’Inghilterra ha, invece, elevato a potenza, da sempre, il concetto di libertà personale, di autodeterminazione, quell’habeas corpus che richiamavo prima, a tutela della corporeità. E lo ha elevato così tanto a potenza da farne un principio generale, tale da essere stabilito dalla politica e dalla giurisprudenza.

In Inghilterra – questa storia ce lo ha insegnato – la patria potestà non è assoluta ma si scontra con il limite invalicabile della dignità umana che è dettato dal common law, dal diritto delle sentenze.

In Italia, i diritti sono stati fiaccati troppo spesso dall’idea che concederne uno in più significhi mutilare quello di qualcun altro. Un po’ come se si elidessero, come se l’uno escludesse l’altro.

Anche da noi, è stata la giurisprudenza troppo spesso a dover supplire alle mancanze del legislatore. Lo ha fatto per Eluana Englaro, lo ha fatto per Dj Fabo e, in ogni circostanza, ha pregato, ha supplicato il legislatore di intervenire.

Invano.

Non c’è un modello corretto ed uno scorretto. È sempre la società che plasma il diritto che su di essa si applica, e questo fa la differenza.

In conclusione: nel caso specifico, non c’è dubbio – perché lo dice la scienza, non la mia sensibilità – che “staccare la spina” rappresenti il maggiore interesse per la minore. Così come non c’è alcun dubbio che i genitori non abbiano la necessaria tranquillità per stabilire cosa sia meglio per la loro Indi.

Allo stesso modo, il modello britannico si presta ad una, fondamentale domanda: se i genitori avessero voluto interrompere le sofferenze e lo Stato si fosse opposto, in questo caso dove sarebbe stata la ragione e dove il torto?

Io, nel dubbio, continuo a sapere di non sape

Nessun commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Exit mobile version