Guerra giorno sette: le notizie del mattino

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di Pierre De Filippo-

È stata una dura notte quella vissuta in Ucraina all’alba del giorno sette di guerra; forse, la più dura in termini militari, sicuramente dura come le altre in termini civili e morali per una popolazione sempre più colpita e allo stremo.

La prima città a cadere – un termine che credevano essere ormai desueto – è Mariupol, nodo strategico perché è la città più importante sulla direttrice Donbass-Crimea, una sorta di Danzica per la Polonia che fu. L’esercito russo la circonda e, a mezza mattinata, ne rivendica la conquista.

Poi, è il turno di Kherson. Alcuni inviati della CNN hanno inviato alle loro redazioni delle immagini con la piazza Svobody – quella che ospita il palazzo dell’amministrazione regionale – piena di carrarmati russi. I militari di Mosca, nelle immagini, non trovano ostacoli.

Ed è poi – e per l’importanza della città è sicuramente la notizia più grave – il turno di Kharkiv, un numero di abitanti che è quello di Milano ed una importanza economica non inferiore, con le dovute proporzioni.

La città sarebbe stata aggredita nella notte da una truppa di paracadutisti, che hanno attaccato centri medici cittadini – la notizia è confermata da media inglesi – e alcuni ospedali (questo è riportato da media ucraini).

Alle prime luci del giorno, vengono colpite anche l’università, il dipartimento di polizia e il palazzo governativo. Le fiamme invadono le strade.

È una dura notte per l’Ucraina, lo abbiamo detto.

L’ONU certifica la morte di almeno 136 persone, tra queste 13 bambini, nei soli attacchi della notte. Una situazione che si sta rapidamente deteriorando e, secondo i media inglesi – fino a questo momento molto attendibili e molto attenti a seguire la guerra minuto per minuto – i bombardamenti sono destinati a peggiorare.

E in Russia, che succede?

Parla Lavrov, che interpreta il grigio funzionario sovietico del terzo millennio, ed è come sempre asettico nella sua lividezza: “la terza guerra mondiale sarebbe nucleare”. Il leitmotiv, gentili lettori, è sempre lo stesso: terrorismo psicologico prima che miliare.

Poi, però, parla anche Navalny, il grande oppositore di Putin. Sempre recluso in carcere, è da Twitter che fa sentire la sua voce: “Noi, la Russia, vogliamo essere una nazione di pace […] Cerchiamo di non diventare un gruppo di codardi che fingono di non notare la guerra d’aggressione scatenata contro l’Ucraina dal nostro folle zar. Non posso, non voglio, non rimarrò in silenzio a guardare questi eventi. Putin non è la Russia. Non possiamo aspettare oltre. Ovunque siate, in Russia, in Bielorussia, all’altro capo del pianeta, andate nella piazza principale della città e organizzate una dimostrazione”.

 

A proposito di Bielorussia? I negoziati, secondo le informazioni di ieri, sarebbero dovuti riprendere oggi sempre in terra di Minsk ma, a meno di clamorosi cambiamenti di programma, ciò non avverrà. E non avverrà sia perché – nonostante le smentite del Cremlino, che si dice “pronto a continuare i negoziati” – la folle notte potrebbe aver avuto un effetto eccitante per Mosca e le sorti della sua guerra, sia perché ancora ieri Lukashenko guidava uno “Stato canaglia” al servizio di Mosca.

Filtra, dunque, pessimismo. La speranza è quella di essere smentiti.

 

Immagine a cura di Antonino Papa

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