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Digital Services Act, da oggi parte la censura “democratica”

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di Antonino Papa-

Alla fine ce l’hanno fatta, sono riusciti anche in Occidente a legalizzare la censura; a far data da oggi, 25 agosto 2023, entra in vigore il Digital Services Act, il regolamento voluto dall’Unione Europea per “limitare gli abusi nell’utilizzo dei dati personali e proteggere la privacy degli utenti digitali”; questa sarebbe la versione ufficiale ma, andando a leggere tra le righe, non è tutto oro quel che luccica.

Il provvedimento prevede due fasi applicative di cui la prima, a partire da oggi, interesserà le principali piattaforme social nonché i big global digital providers, in totale 19 entità digitali, Facebook (Meta), Instagram, Linkedin, YouTube Twitter(X), i digital stores di Apple, Amazon, Alibaba, AliExpress, Booking e Google; ancora, Pinterest, Wikipedia, Zalando, Bing e Snapchat.

Con il secondo step, dal 17 febbraio 2024, la normativa sarà estesa a tutte le aziende che offrono servizi digitali, media inclusi.

Ma cosa prevede nello specifico questa normativa fortemente voluta da coloro che si definiscono i Dem europei?

Volendo sintetizzare potremmo definire questa direttiva un do ut des; infatti, se da un lato “protegge” i dati sensibili delle persone, dall’altro il legislatore si arroga il diritto di decidere quali informazioni siano vere e quali false ed agire di conseguenza imponendone l’eliminazione; in partica il diritto di censura e di controllo dell’informazione.

Entriamo nello specifico per avere un quadro più chiaro; innanzitutto, un primo fine del Digital Services Act è quello di uniformare la normativa di settore alla quale tutti i 27 paesi membri dovranno attenersi; ciò significa che un qualsiasi cittadino UE utilizzi determinati servizi, in qualsiasi nazione dell’Unione si trovi, sarà tutelato dagli stessi diritti, e ciò è una nota positiva senza alcun dubbio.

Le principali novità riguardano la raccolta di dati, anche personali, che le aziende perseguono in maniera “nascosta” (ma legale) attraverso i cookie che non sono altro se non files che vengono auto-istallati sui nostri dispositivi quando visitiamo siti internet, tali files sono utilizzati dalle aziende presenti in rete a fini di marketing (ma spesso sono dei veri e propri spyware) per profilare gli utenti attraverso il riconoscimento degli stessi tramite il dispositivo dal quale si connettono.

Ciò consente alle digital companies di conoscere esattamente le abitudini di vita di ognuno di noi, il luogo in cui vive, gli spostamenti ogni volta che si muove, i gusti e le preferenze in ogni ambito della vita e le necessità; vi sarete chiesti, immagino molte volte, come sia possibile che mentre navigate in internet vi appaiano pubblicità di beni o servizi di cui avete bisogno proprio in quel momento o che avete spasmodicamente ricercato?

La risposta è appunto nei cookie che sono più potenti di quanto s’immagini; la nuova normativa, quindi, limiterà la profilazione degli utenti ed imporrà alle aziende il divieto di utilizzare i loro dati sensibili al fine di mostrare pubblicità mirate.

A ciò si aggiungeranno obblighi di trasparenza, ovvero di informare l’utente/cliente/cittadino sui tracciamenti operati dalle aziende e quali liniti impone la legge sull’utilizzo dei dati personali.

Se la normativa si fosse fermata a questi paletti sarebbe stata un capolavoro ma, come sempre, esiste il lato oscuro della luna ed un altro ambito d’intervento del Digital Services Act riguarda il monitoraggio costante contro la diffusione di informazioni false e delle campagne (pubblicitarie, politiche e quant’altro) basate su tali informazioni fuorvianti, e fin qui nulla in contrario.

Allora, vi chiederete, dov’è il trucco? Come sempre, c’è ma non si vede, la nuova normativa, infatti, prevede che in caso di fuoriuscita di informazioni definite “fake news”, e relative campagne basate su di esse, la Commissione può chiederne la rimozione e, addirittura, in caso di crisi (art. 91), ha facoltà di “pretendere” dai providers digitali l’affidabilità, ovvero la diffusione di informazioni veritiere, pertanto affidabili.

Ciò significa, di fatto, censura indiretta; chi è che decide, ad esempio, se una notizia sia reale o priva di fondamento? Chi decide se una testata online possa pubblicare o meno articoli contenenti informazioni (reali) di cui è a conoscenza e che smonterebbero tutto l’impianto informativo del cosiddetto mainstream?

Chi decide se un utente Facebook possa esprimere la propria opinione confutando informazioni reali o adottando una linea informativa mirata ad ottenere che i cittadini usino la mente senza abbeverarsi passivamente alle fonti del potere?

Si pensi soltanto a cosa è accaduto durante la pandemia, e cosa sta accadendo, mediaticamente, in ambito informativo inerente il conflitto russo-ucraino, alle reali fake news dei partiti di opposizione (avallate dai media che fanno riferimento proprio al colore politico di coloro che hanno varato il Digital Services Act) per delegittimare gli avversari.

All’epoca del Covid, ricordiamo tutti, le più gradi fake news sono state diffuse proprio dalle fonti UE e dagli apparati di potere nei relativi paesi, e coloro che esprimevano semplici dubbi, o diversità di vedute, venivano censurati ed additati come criminali; idem sta accadendo con la guerra in Ucraina, la propaganda Occidentale ci racconta una storia totalmente differente dalla realtà che si vuole celare alle masse.

Con il Digital Services Act non si fa altro che legalizzare la facoltà di chiudere la bocca a cittadini, o gruppi di essi, a media e movimenti o associazioni in “controtendenza” rispetto alle linee imposte dai governi …

In conclusione, invito tutti ad una riflessione…

Tra un anno si svolgeranno le elezioni europee che decideranno quale direzione prenderà l’Unione; il timore che le pseudo-democrazie possano perdere il potere a favore delle nuove destre (che loro definiscono fasciste, omofobe e antiambientaliste) è abbastanza fondato ed il Digital Service Act non è altro se non un’arma di campagna elettorale travestita da strumento di tutela dei cittadini.

Se la normativa si fosse fermata alla semplice protezione di privacy e dati sensibili tanto di cappello ma sappiamo tutti che ogni “concessione” in ambito di diritti che ci viene accordata ha sempre un secondo fine … ed in questo caso si chiama auto-conservazione del potere delle finte democrazie attraverso la censura.

 

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